Giovanni Allevi
Giovanni Allevi

Milano, 14 agosto 2019 - Talentuoso e brillante, empatico e carismatico. Giovanni Allevi, uno dei maggiori compositori e direttori d’orchestra, osannato dal pubblico internazionale, ha conquistato in poco tempo anche i giovani per aver rotto gli schemi tradizionali accademici, componendo la Musica Classica Contemporanea. “L’enfant terrible”, laureato con lode in Filosofia e con due diplomi al Conservatorio in Pianoforte e Composizione, è appena rientrato dal Giappone con il suo “Equilibrium Tour” che prevede le date estive sold out anche in Italia.

Un successo strepitoso in Oriente.

«Il tour in Giappone è un pretesto per immergermi in una dimensione fatta di gentilezza, rispetto dell’altro e sconfinata immaginazione».

Un altro traguardo: 50 anni ben portati.

«Resto sempre un po’ imbarazzato quando ricevo i complimenti sulla mia forma fisica; eppure l’unico modo per affrontare la concentrazione dei concerti, lo stress dei viaggi, le interviste televisive e gli incontri istituzionali, è praticare una regolare, quanto mai ossessiva, attività fisica».

Partiamo dalla sua infanzia, è stato coccolato per i suoi riccioli?

«In realtà, mio padre ci teneva che li tenessi sempre corti, affinché sembrassi una persona seria. Quando a 28 anni sono andato a vivere da solo a Milano, li ho fatti ricrescere, per sentirmi di nuovo bambino, e per ricevere dai capelli un senso di protezione».

Da adolescente si sentiva diverso rispetto ai suoi coetanei?

«Un totale disadattato, secchione, votato allo studio e alla musica classica. Ero praticamente invisibile, non mi invitavano alle feste, e in più in classe mi prendevano sempre in giro, anche se non dicevo e non facevo nulla. Anni dopo è arrivata una rivincita: durante una pizzata con gli ex compagni di liceo, due graziose ragazze sono venute a chiedermi l’autografo. È sceso il silenzio al tavolo».

Da Ascoli Piceno si è trasferito a Milano. Com’è andata?

«La vera motivazione è stata la ricerca di un lavoro, essendo rimasto a 28 anni disoccupato. A Milano ho subito trovato un impiego come cameriere, col quale mi pagavo l’affitto di un monolocale e gli studi al corso superiore di Composizione al Conservatorio. Sono stati anni fantastici, di solitudine, di creatività e libertà totale».

Parla spesso di solitudine. Una metropoli acuisce questo stato d’animo?

«Quando passeggio per i Navigli vedo compagnie festose di ragazzi conversare serenamente nei locali. Milano è diventata accogliente e a misura d’uomo. Sono io che ho una seria difficoltà nelle relazioni sociali! Non esco mai di casa se non per fare la spesa o la corsa».

Durante i suoi concerti appare come una persona esuberante ma anche ansiosa.

«Sono animato da un perfezionismo spasmodico, non solo nella composizione musicale, ma anche nella ricerca del suono. L’ansia è il mio stato d’animo abituale, ma a volte sul palco sono avvolto da una gioia irresistibile».

Cosa significa andare controcorrente?

«Accorgersi per primi della necessità di un cambiamento, proprio mentre tutti gli altri mostrano un ossequio allo status quo».

Cosa le piace di Milano e cosa vorrebbe cambiare?

«Vorrei che le persone fossero orgogliose di lavorare in una città che si è conquistata una vera vocazione europea. Non è facile vivere qui, però è bello sapere che Milano rappresenti un punto di riferimento nel mondo».

Un luogo a lei caro della città meneghina.

«Diciannove anni fa prestai servizio come cameriere nel foyer del Teatro alla Scala: con un vassoio d’argento e i guanti bianchi, servivo tartine ai presenti. Quando l’anno scorso c’è stata alla Scala la prima esecuzione mondiale del mio brano “Together” per violino e pianoforte, mi hanno portato nel foyer per un’intervista televisiva; ho avuto un tuffo al cuore, appena ho riconosciuto quel luogo».

Un incontro straordinario della sua luminosa carriera.

«È stato con Sergio Griffa, l’accordatore che per anni ha preparato il pianoforte per le mie registrazioni. Era un filosofo, un guru nella sua disciplina. Ha ricostruito il suo Bosendorfer Imperial affinché il suono fosse più vicino possibile alla mia voce parlata, ed io potessi riconoscermi davanti ai tasti! Desiderava più di ogni altra cosa che il suono del pianoforte tornasse a parlare al cuore dei giovani. Un genio!».