ENRICO CAMANZI
Cultura e Spettacoli

Dieci anni senza Enzo Jannacci: piccolo breviario per la generazione trap

Le esperienze in sala operatoria, l’amore per Milano, il fiuto per i talenti comici, il tifo per i rossoneri. E decine di canzoni consegnate alla storia

Enzo Jannacci morì il 29 marzo 2013

Enzo Jannacci morì il 29 marzo 2013

Dieci anni senza il genio stralunato di Enzo Jannacci. E “se ce l’avesse detto prima”, per parafrasare il titolo di uno dei suoi brani più apprezzati, che a un certo punto avremmo dovuto abituarci a non poter contare più sulla sua presenza, sul palcoscenico di un teatro o durante una delle sue – rare – apparizioni in tv, avremmo sicuramente cercato di serbare molti più ricordi. Ecco, quindi, un piccolo (e sicuramente imperfetto) breviario per la generazione trap del medico-cantautore-poeta che rivoluzionò il mondo della musica popolare a colpi di rime strampalate, personaggi scombiccherati e ritmiche saltellanti.

In sala operatoria

Laureato in Medicina, Jannacci non abbandonò mai la professione sanitaria, specializzandosi in Chirurgia con esperienze in Sudafrica (a fianco di Christiaan Barnard, autore del primo trapianto cardiaco al mondo) e negli Stati Uniti. Centro della sua attività in sala operatoria fu Milano: lavorò al Policlinico e al Sacco.

Il sodalizio con Gaber

Dici Jannacci e pensi a Gaber. Dici Gaber e pensi a Jannacci. Completo nero con camicia bianca, ciuffo ribelle, chitarra imbracciata come una mitraglia (a sparar note, però, non proiettili). Più che un duo, una figurina da consegnare alla storia, come il Feroce Saladino o Pizzaballa. I Due Corsari, folgorati sulla via dello spaghetti rock’n’roll, iniziano a calcare i palcoscenici nel 1958, ispirati dal comune amico Adriano Celentano. Registrano una manciata di brani al fulmicotone. In Una fetta di limone, Birra e Zitto prego c’è già tutta la poetica dei due giganti della musica milanese e italiana. Si rincontreranno in seguito, incrociando le traiettorie di due carriere tumultuose. 

Il Derby Club

Nei favolosi anni ‘60 Jannacci gira come una trottola fra uno spunto e l’altro, fra un palco e l’altro, fra un trani e l’altro. Il suo nome si lega a doppio filo a quello del Derby Club, casa del cabaret milanese e della milanesità più ruvida, aperto dagli zii materni di Diego Abatantuono in una casa liberty di via Monte Rosa.

Al Derby Jannacci testa i suoi quadretti indimenticabili: teatro-canzone, pop dell’assurdo, cantautorato pre-demenziale che funzionerà da libro di testo per Elio e le Storie tese, giusto per dire un nome. Enzo è anche talent scout: sulle assi del Derby scoprirà, fra gli altri, Cochi e Renato, i Gatti di vicolo Miracoli, Massimo Boldi, lo stesso Abatantuono.

Il tifo per il Milan

Enzo Jannacci, cuore casciavit. Saldamente radicato nel tessuto popolare di Milano, il cantautore eleva il sostegno per i rossoneri, club tradizionalmente operaio in contrapposizione all’Inter, squadra dell’alta borghesia milanese, a stile di vita e filosofia. Frequenta gli spalti di San Siro, ovviamente nel settore degli allora popolari (oggi il secondo anello) insieme al Puma di Lambrate Fabio Treves, dove arriva a scrivere sul cemento il suo nome, quasi a riservarsi un posto fisso nella memoria degli appassionati del Diavolo. E al Milan dedica passaggi memorabili delle sue canzoni.

“Sarà ancora bello quando vince il Milan” è l’estasi dell’amore in Se me lo dicevi prima. “Zero a zero anche ieri 'sto Milan qui, sto Rivera che ormai non mi segna più” è il pane duro dell’esistenza degli umiliati e offesi in Vincenzina e la fabbrica, canzone della vita agra meneghina. A imperitura testimonianza dei suoi battiti rossoneri resterà anche l’inno composto nel 1984-85, omaggio a una squadra – ça va sans dire – ancora lontana dai fasti dell’epopea berlusconiana.

Cinque canzoni cinque

Scoprire, riscoprire, innamorarsi, rinnamorarsi, piangere, ripiangere, sghignazzare, risghignazzare, riflettere, ririflettere. Scelta difficilissima. Proviamoci. Vengo anch’io, no tu no (1968). Tormentone in un’era in cui i tormentoni sono brani per cui “bisogna avere orecchio”, i compositori ma anche gli ascoltatori. L’Italia la canta sotto la doccia, senza accorgersi che il protagonista del testo è un altro degli indimenticabili emarginati jannacciani. Mexico e Nuvole (1970). Enzo è il primo a misurarsi con questa suggestione esotica che combina malinconia e echi di avventura picaresca. Paolo Conte, Fiorella Mannoia e i Bluebeaters arriveranno dopo di lui. Vincenzina e la fabbrica (1975). La colonna sonora della Milano operaia, oltre che del film Romanzo popolare con Ugo Tognazzi e una stordente Ornella Muti. Nebbia, cancelli, salottini, lambrette, michette, dignità, fatica, rabbia. Silvano (1980). Impreziosito da un pionieristico videoclip in cui Jannacci schettina per le strade di Milano è la storia di un altro drop-out, con una denuncia sociale dell’omofobia che anticipa di anni l’ingresso nel dibattito pubblico delle tematiche Lgbti. Son scioppàa (1985). Memorabile dialogo costruito sulla richiesta di una sigaretta. Difficile non citare una canzone in cui c’è il verso “Hai presente un canotto mordicchiato da un dobermann?”