“Eduardo mio“, l’omaggio di Lina Sastri: “Tutto cominciò con un ruolo da camerierina”

L’attrice e cantante napoletana al Manzoni protagonista di un accorato tributo a De Filippo, in bilico fra parole e musica

Lina Sastri

Lina Sastri

Milano, 15 dicembre 2023 – È un segno indelebile, il teatro di De Filippo. Un tatuaggio, una cicatrice. Che si snoda lungo tutta una vita dedicata al palcoscenico, come quella di Lina Sastri. Il suo “Eduardo mio“ arriva domani e dopo al Manzoni. Un omaggio al maestro. Ma anche una pagina (bellissima) di storia del teatro, in bilico fra parole e musica. Grazie al supporto di un ensemble composto da Filippo D’Allio, Luigi Sigillo, Giacomo Mirra, Ciro Cascino e Gianluca Mirra.

Sastri, quando vi incontraste per la prima volta?

"Ero giovanissima, avrò avuto 18 anni. Andai a trovarlo al San Ferdinando, abitavo in un quartiere popolare dietro la stazione. Mi accompagnò Gennarino Palumbo, un attore della sua compagnia, che era mio vicino di casa e aveva saputo che Eduardo stava cercando per Gli esami non finiscono mai".

Come andò?

"Bene, nel senso che mi volle subito come comparsa, regalandomi poi una battuta. Ma di quell’incontro non ricordo nulla. Ero troppo giovane per capire. Pensi che non mi era mai capitato di vederlo nemmeno da spettatrice, non avevamo l’abitudine di andare a teatro. Inoltre alla fine degli anni Settanta la mia strada era nella ricerca, una vera rivoluzione culturale".

Ma tornò a lavorarci insieme.

"Sì, ero anche nel ‘Natale in casa Cupiello’ per la televisione, quando intuì subito le opportunità del nuovo mezzo e la necessità di non riprendere lo spettacolo dalla platea. Per questo fece costruire un immenso palcoscenico a Cinecittà, aprendolo alle telecamere, ai primi piani. Ma non voglio rivelare tutto...".

Ci dica almeno quella storica prima battuta.

"È arrivato Valentino!. Interpretavo la camerierina ne ‘Gli esami’, annunciavo il barbiere".

Sul palco porta anche musica.

"Sono 20/25 brani della tradizione napoletana interpretati a modo mio. Le canzoni scandiscono un lavoro in cui mi muovo a braccio, senza copione ma con dei temi fissi: dal Natale alla Filumena, dalla famiglia alla sensibilità sociale, fino alla riscrittura de ‘La Tempesta’ quando già aveva 92 anni".

Cosa le ha insegnato?

"Intanto il rispetto per me stessa, essendo a conoscenza della mia grande fragilità. Che ha voluto dire anche avere rispetto del teatro, del lavoro, del pubblico. Mi ha insegnato poi a essere umile, pronta allo studio, sempre cosciente di chi mi sta intorno. E mi ha spinto a fare i conti con il grado di verità a cui un attore può arrivare, nel confronto con gli spettatori".

Crede che oggi sia stato un po’ dimenticato?

"No, lui no. Altri sì, se si pensa a Nanni Loy o Anna Magnani. In generale mi pare ci sia poca riconoscenza nei confronti di chi è stato protagonista della nostra storia. Si attendono gli anniversari per omaggiare. Ma nei giovani vedo un interesse sincero. E anche lo stupore di scoprire ogni volta qualcosa che forse si credeva un po’ diverso".

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