La frana caduta in Val Ferret
La frana caduta in Val Ferret

Milano, 18 novembre 2020 -  «Noi abbiamo ancora fiducia nella giustizia, chiediamo che vengano accertate tutte le responsabilità e che non vengano più imputati alla natura errori e negligenze umane". Emanuela Mattioli, 38 anni, non ha più messo piede in Valle d’Aosta da sabato 11 agosto 2018, data del funerale dei genitori, Vincenzo Mattioli e Barbara Gulizia, 71 e 69 anni, travolti da una frana in un parcheggio a Courmayeur. Troppi "brutti ricordi", legati a una zona che per la famiglia milanese, del quartiere Bovisasca, fino all’agosto 2018 aveva significato solo vacanze, passeggiate in montagna e relax nella casa di villeggiatura. Emanuela e il fratello Simone, assistiti dall’avvocato Alberto Berardi e dallo Studio3A, si sono opposti alla richiesta di archiviazione dell’inchiesta che vede indagato per omicidio colposo plurimo, disastro e lesioni colpose, il sindaco di Courmayeur, Stefano Miserocchi. La Procura di Aosta non ha rilevato responsabilità da parte del Comune: quella colata detritica che si staccò dalla montagna invadendo la strada comunale della Val Ferret, travolgendo alcune auto fino a spazzare via la Panda gialla nel parcheggio con a bordo i coniugi milanesi, unici deceduti, fu un evento impossibile da prevenire. Per i consulenti dei parenti delle vittime, invece, quella frana era prevedibile, anche sulla scorta di episodi avvenuti in passato. L’area non era messa in sicurezza e quel parcheggio si trovava in un punto pericoloso. Per questo chiedono al Gip (l’udienza si terrà il 25 novembre) di formulare l’imputazione coatta a carico del sindaco, "per non aver adottato alcuna cautela".

Emanuela, che cosa via ha spinti a intraprendere questa battaglia giudiziaria?
"In un primo momento ho vissuto in uno stato di choc, mi rifiutavo anche di leggere o ascoltare le notizie. Poi ho cercato di capirne di più e di seguire l’inchiesta, è emerso il desiderio che venisse fatta luce sulla tragedia che ha distrutto la nostra famiglia. Quella zona era una bomba a orologeria, il parcheggio era stato costruito tanti anni fa in un punto pericoloso e l’amministrazione attuale non lo aveva messo in sicurezza. Poi non è stata diramata l’allerta meteo. Sono sicura che i miei genitori, persone molto prudenti, in caso di allerta sarebbero rimasti a casa".

La Procura, però, ha chiesto l’archiviazione.
"Noi ci siamo opposti perché desideriamo che da tutto questo derivi anche una presa di coscienza: la tragedia è la dimostrazione di come le istituzioni agiscano con negligenza, anche in una ricca zona turistica. Dopo quello che è successo non è cambiato niente, si sono solo limitati a chiudere il parcheggio".

In questi anni il sindaco si è fatto sentire con voi?
"Solo i primi giorni, con un messaggio di circostanza. Il Comune è stato assente anche durante i funerali. Una eventuale condanna del sindaco non mi darebbe sollievo anche perché non penso sia l’unico responsabile, ma sarebbe un segnale per spingere alla messa in sicurezza del territorio".

Sul piano economico, avete ricevuto un risarcimento?
"Per ora niente, abbiamo sostenuto solo spese".

Quando ha sentito i suoi genitori per l’ultima volta?
"In quel periodo mi trovavo in vacanza in Sicilia, e l’ultima telefonata risale al 5 agosto. Ricordo che mio padre mi aveva parlato di un caldo anomalo, che poi il giorno dopo ha portato a quella bomba d’acqua. Lui conosceva bene la montagna, aveva partecipato alla prima spedizione italiana sull’Everest nel 1973, poi aveva scalato il K2, il Monte Bianco. Si era ritirato per dedicarsi al lavoro da ingegnere, ma ha sempre coltivato la sua passione nel tempo libero. In caso di allerta meteo, anche un codice giallo, non sarebbe mai uscito per una passeggiata. Pensi che lui e mia madre volevano tornare a Milano a inizio agosto, ma poi avevano deciso di fermarsi ancora per qualche giorno. In quella casa io e mio fratello siamo cresciuti, e ora non ho più la forza di tornare".