Strage di Piazza Fontana: 17 morti, tanti misteri e nessuna condanna. Cosa è successo il 12 dicembre 1969

Milano, la storia della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura che diede il via agli Anni di Piombo: tra errori nelle indagini, depistaggi e 10 processi

La sala centrale della Banca dell'Agricoltura dopo l'esplosione della bomba il 12 dicembre del 1969
La sala centrale della Banca dell'Agricoltura dopo l'esplosione della bomba il 12 dicembre del 1969

Milano – Il 12 dicembre del 1969 era un venerdì. A Milano faceva freddo e c’era la nebbia. Alle 16.37 nel salone centrale, gremito di gente, della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana un’esplosione uccide sul colpo 14 persone. Altre due moriranno in ospedale poco dopo. Un’altra vittima morirà anni dopo, nel 1983, a causa delle ferite riportate nell’attentato.

Le vittime

In tutto 17 vittime e 88 feriti, per quella che fu la prima, e una delle più gravi, stragi di quelli che verranno poi chiamati gli Anni di Piombo (espressione tratta dall’omonimo film del 1981 di Margarethe Von Trotta, ispirato alla vicenda delle sorelle Christiane e Gudrun Ensslin, quest’ultima tra i fondatori della Raf, gruppo terroristico tedesco di estrema sinistra). Anzi, si può dire che i morti di piazza Fontana chiusero la fase della contestazione sessantottina e aprirono, appunto, quella degli Anni di Piombo.

Nessun condannato 

Una strage che, grazie all’inchiesta del magistrato milanese Guido Salvini arrivata negli anni 90, ha dei responsabili, il movente e un preciso quadro storico-politico, ma per la quale nessuno è stato condannato. Il complicato percorso giudiziario si è infatti chiuso dopo 10 processi, con la sentenza della Cassazione nel 2005, 36 anni dopo i fatti: ideatori della strage furono riconosciuti i neofascisti di Ordine Nuovo Franco Freda e Giovanni Ventura. I due però non sono stati condannati perché già assolti in via definitiva per gli stessi reati nel 1987. A testimonianza di un’intricata vicenda giudiziaria nella quale si intrecciano terroristi neri, servizi segreti, e clamorosi errori nelle indagini.  

La bomba

A provocare la strage nella Banca Nazionale dell’Agricoltura è stato un ordigno contenuto in una borsa di pelle marrone lasciata sotto il tavolo circolare del salone centrale. All’interno della borsa c’era una scatola metallica contenente 7 chili di gelignite, un esplosivo gelatinoso più potente della dinamite. 

Venerdì pomeriggio in banca

Quando la bomba esplode sono le 16.37: all’interno della sala centrale della banca ci sono circa 100 persone. Il venerdì pomeriggio infatti l’istituto di credito era animato da una sorta di mercato, frequentato soprattutto da agricoltori, allevatori, mediatori che contrattavano i prezzi delle loro merci ed effettuavano le operazioni agli sportelli. La deflagrazione è talmente violenta da squarciare il pavimento e aprire una voragine di quasi un metro. Investite dall’esplosione muoiono sul colpo 14 persone e 88 rimangono ferite. Due persone ricoverate in ospedale moriranno qualche giorno dopo. La diciassettesima vittima arriverà invece nel 1983, dopo 14 anni di sofferenze fisiche per le ferite riportare e psicologiche per l’orrore attraversato.

Giornata di guerra

Quella di piazza Fontana non è l’unica bomba di quel 12 dicembre 1969, una data che nei piani dei terroristi doveva essere un giorno di sangue e morte. Poco prima dell’esplosione nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, alle 16.25, nella vicina in piazza della Scala viene trovato un ordigno inesploso all’interno della Banca Commerciale Italiana. Altre 3 bombe esplodono invece a Roma nelle stesse ore. Nel seminterrato della Banca del Lavoro in via Veneto: 14 feriti; all’Altare della Patria: 4 feriti; sui gradini del Museo del Risorgimento: nessun ferito ma crollo del tetto dell’Ara Pacis. 

La pista anarchica: Pinelli

Le indagini inizialmente si concentrano sulla “pista anarchica”. Il Circolo del Ponte della Ghisolfa per Milano e il Circolo 22 marzo per Roma. Nella serata del 12 dicembre viene portato in questura Giuseppe Pinelli, conosciuto da tutti come Pino, ferroviere. Viene trattenuto in questura per gli interrogatori – condotti dal commissario Luigi Calabresi – per 3 giorni. Il 15 dicembre Pinelli muore precipitando dal quarto piano della questura. Il processo per la sua morte dirà che il ferroviere è morto perdendo l’equilibrio per un “malore attivo”, mentre era vicino alla finestra. Dalle accuse rivolte alla polizia e al commissario Calabresi, in particolare da Lotta Continua (settimanale dell’omonima formazione della sinistra extraparlamentare), proprio in riferimento alla morte di Pinelli, nascerà poi l’omicidio del commissario avvenuto il 17 maggio 1972 (per il quale sono stati condannati in via definitiva Ovidio Bompressi e Leonardo Marino come esecutori materiali e Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri come mandanti). 

Valpreda e il sosia

Il 15 dicembre viene arrestato Piero Valpreda, 36 anni, ballerino appartenente al Circolo 22 marzo: le manette scattano in seguito alla testimonianza di un tassista che sostiene di aver portato sul suo taxi un uomo simile a Valpreda, lasciandolo proprio davanti dalla banca di piazza Fontana. Nella testimonianza del tassista ci sono però varie incongruenze: dal tragitto che avrebbe fatto Valpreda in taxi (poco più di 100 metri) alle fattezze del sospettato, tanto che si aprirà anche l’ipotesi di un sosia, piazzato ad arte sull’auto. Valpreda resterà in carcere tre anni. 

La pista nera

Mentre si prosegue ad indagare negli ambienti anarchici si apre però una pista che porta in Veneto: le indagini accertano che la borsa con l’esplosivo è stata acquistata a Padova e che il timer dell’ordigno proviene da Treviso. Da questi indizi si arriverà a indagare anche negli ambienti di eversione nera, in particolare sulla cellula veneta di Ordine Nuovo, movimento neofascista fondato dall’ex repubblichino e poi fuoriuscito del Msi (Movimento Sociale Italiano) Clemente Graziano (morto da latitante ad Asunciòn in Paraguay nel 1996). 

Freda e Ventura

I primi neofascisti a essere individuati come coinvolti nell’attentato sono Franco Freda e Giovanni Ventura. Freda, padovano di origine irpina classe1941, è un avvocato ed editore uscito dal Msi per costituire il Gruppo di Ar, la cui casa editrice pubblicherà, tra gli altri “Mein Kampf” di Adolf Hitler e i “Tre aspetti del problema ebraico” di Julius Evola. Mentre Ventura, padovano classe 1944, libraio, a sua volta ex Msi, è il fondatore di "Reazione”, rivista di ultradestra.

I servizi segreti e l’Agente Zeta

Il loro coinvolgimento fa emergere la complicità e i tentativi di depistaggio dei servizi segreti deviati, tra i quali spunta il nome di Guido Giannettini, giornalista romano che lavorava dal 1965 sotto copertura (nome in codice Agente Zeta) per il Sid (Servizio Informazioni Difesa), nome dei servizi segreti italiani fino al 1977.

Il primo processo a Catanzaro

Il processo per la strage di piazza Fontana si apre il 23 febbraio del 1972 a Roma, poi viene trasferito a Milano e infine a Catanzaro per questione di ordine pubblico. La prima sentenza è del 1979, a 10 anni dai fatti, e condanna all’ergastolo Freda, Ventura e Giannettini, fuggiti nel frattempo all’estero. Valpreda viene invece assolto per la strage ma condannato a 4 anni per associazione eversiva.

Primo ribaltone

L’appello, la cui sentenza arriva nel 1981, ribalta tutto: Freda e Ventura assolti per la strage milanese, ma condannati a 15 anni per altri attentati compiuti a Padova a Milano tra l’aprile e l’agosto del 1969, Giannettini assolto e conferma della condanna per Valpreda.

La sentenza del 1987

Il percorso giudiziario prosegue nel 1982: la Corte di Cassazione annulla la sentenza di secondo grado e rinvia il processo a Bari, confermando solo l’assoluzione di Giannettini. La Corte d’Assise d’Appello di Bari l’1 agosto 1985 assolve poi per insufficienza di prove Freda, Ventura e Valpreda. La Cassazione infine renderà definitiva questa sentenza nel 1987, confermando però la condanna di Freda e Ventura per gli altri attentati. Questa sentenza risulterà fondamentale: vent’anni dopo – nel nuovo processo partito dall’inchiesta di Guido Salvini – Freda e Ventura verranno infatti riconosciuti come responsabili della strage, ma non potranno essere condannati proprio perché assolti per lo stesso reato in via definitiva a Bari. 

L’inchiesta di Salvini

Negli anni ’90 arriva una nuova inchiesta, condotta dal magistrato milanese Guido Salvini, fondata sulle testimonianze di ex estremisti di destra. Sono in particolare le parole di Carlo Digilio, membro di Ordine Nuovo che aveva collaborato all’esecuzione della strage (si era occupato degli esplosivi), a riaprire il caso.

Nuovo processo: Zorzi e Maggi

Nel nuovo processo, che si apre a Milano il 24 febbraio del 2000, gli imputati sono gli esponenti veneti di Ordine Nuovo Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, il neofascista milanese Giancarlo Rognoni e l’ex ordinovista Stefano Tringali. Il 30 giugno 2001 la Corte d’Assise di Milano condanna all’ergastolo Zorzi (che dal 1974 vive in Giappone dove è un imprenditore di successo), Maggi e Rognoni, e stabilisce definitivamente la matrice neofascista della strage. Tringali viene condannato a tre anni, mentre Digilio godrà dei benefici della sua collaborazione con la giustizia: il suo reato viene prescritto. 

Il "ritorno” di Freda e Ventura

In Appello, nel 2004, arriva però un nuovo ennesimo ribaltone: i tre imputati vengono assolti per insufficienza di prove (Zorzi e Maggi) e per non aver commesso il fatto (Rognoni). In questo procedimento viene però stabilità la responsabilità nella strage della cellula di Ordine Nuovo guidata da Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti responsabili dell’organizzazione dell’attentato.

La fine paradossale

La Cassazione nel 2005 conferma infine la responsabilità di Freda e Ventura ma non li può condannare perché già assolti per lo stesso reato nel 1987. Dopo quasi 40 anni l’inchiesta di piazza Fontana si chiude quindi con un esito paradossale: ci sono i responsabili ma non possono essere condannati. Attualmente Franco Freda vive ad Avellino (dove nel 2012 si è sposato) dove gestisce la casa editrice Ar e una libreria, perquisita nel 2022 nell’ambito di un’inchiesta sulle formazioni neofasciste. Giovanni Ventura è invece morto nel 2010 a Buenos Aires, in Argentina: era da tempo malato di distrofia muscolare, patologia che lo aveva costretto prima su una sedia a rotelle e infine alla paralisi totale.  

La strategia della tensione

Nonostante il paradosso giuridico dei colpevoli senza condanna, tutte le sentenze sulla strage  indicano la formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, come ideatrice e organizzatrice sia della bomba di piazza Fontana, che delle altre di quel 12 dicembre. Secondo quanto ricostruito dai processi e dalla Commissione d’inchiesta parlamentare sulle stragi il vero movente delle bombe non riguardava gli obiettivi specifici scelti. Quello che interessava ai terroristi era scatenare il caos e spingere lo Stato a una reazione. Nei loro piani, l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, per rispondere al dilagare della violenza avrebbe decretato lo stato di emergenza nel Paese, facilitando poi l’insediamento di un governo autoritario. Piani che non si realizzarono: Rumor non dichiarò lo stato d’emergenza e il piano di golpe non si concretizzò mai. 

Le vittime

Il più giovane tra le vittime della strage di piazza Fontana fu Giovanni Arnoldi, 42 anni, di Magherno (Pavia), sposato e padre di due figli. 

Il più anziano fu Gerolamo Papetti, 79 anni, di Rho, agricoltore. 

Carlo Garavaglia, 67 anni, pensionato, vedovo con una figlia. 

Mario Pasi, 50 anni, geometra, di Milano, amministratore di terreni agricoli e di edifici. Sposato. 

Giulio China, 57 anni, di Novara, imprenditore agricolo, sposato con due figlie.

Eugenio Corsini 65 anni, di Milano, rappresentante di lubrificanti per macchine agricole. Sposato.

Carlo Gaiani, 57 anni, di Milano, coltivatore, sposato con un figlio. 

Luigi Perego, 69 anni, Usmate Velate (Monza), titolare di un’agenzia di assicurazioni specializzata in polizze per agricoltori. Sposato con un figlio.

Oreste Sangalli, 49 anni, di Milano, gestiva l’Azienda agricola Ronchetto (Corsico).

Pietro Dendena, 45 anni, di Lodi, commercianti di bestiame. 

Carlo Silva, 71 anni, di Milano, si occupava della vendita di lubrificanti per macchine agricole. Sposato con due figli.

Paolo Gerli, 77 anni, di Milano, gestiva una azienda agricola di San Donato Milanese. Sposato  con tre figlie. 

Luigi Meloni, 57 anni, di Corsico (Milano). Commerciante di bestiame. Sposato con un figlio. 

Attilio Valè, 52 anni, di Noviglio (Milano), macellaio.

Calogero Galatioto, 77 anni, era in banca per versare un assegno: venne colpito da una scheggia alla schiena. Morì il 3 gennaio del 1970 in ospedale

Angelo Scaglia, 61 anni, agricoltore di Abbiategrasso, padre di undici figli (e nonno di 22 nipoti), morì in ospedale il giorno di Natale del 1969.

L’ultima vittima della strage fu Vittorio Mocchi che aveva 33 anni al momento dell’attentato. Era sposato e aveva tre figlie. Era in banca per trattare l’acquisto di un tattore e di concimi. Subì gravissimi danni fisici e psicologici nell’esplosione. Dopo anni di sofferenze morì nel 1983. È stato riconosciuto come vittima del terrorismo solo nel 2002.

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