Angela Formaggia
Angela Formaggia

Milano, 24 febbraio 2017 - Ha cucito a mano l’abito da sposa di Belen tanto per citare un nome «universale». Ma lei, Angela Formaggia sarta milanesissima, che ha vestito e veste l’alta borghesia meneghina, come l’aristocrazia di Londra e le sceicche arabe, ci tiene alla riservatezza sul nome delle clienti, per quella forma di educazione, quasi dimenticata, nel mondo velocissimo dell’apparire a tutti i costi. E questo è anche uno dei punti di forza di questa sarta con la esse maiuscola che conosce la fatica dell’ago, del filo e del ricamo fatto a mano. Lontana dal fast fashion «come si può indossare un vestito fatto in serie che non valorizza la fisicità di una donna?», lontanissima dai social, «tutte quelle ragazzine che mescolano capi improbabili in nome di un concetto di moda molto, molto discutibile, la moda è una cosa seria, sa?».

Angela Sartoria rappresenta proprio quella artigianalità che tutti invocano come chiave del successo della moda italiana. Che tradotto non è altro che il saper fare bene il proprio mestiere.

Quando comincia il suo rapporto col mondo della moda?

«Appena maggiorenne volevo studiare arte a Brera, i miei genitori mi vietarono di frequentare “quel covo”(ride) e così mi buttai nella moda, un modo affine e parallelo. L’istituto Marangoni e poi gavetta, tanta gavetta nelle sartorie storiche e la collaborazione con i grandi couturier da cui ho imparato molto. Con l’esperienza ho aperto finalmente il mio primo atelier in via Jan, vicino a corso Buenos Aires. Lì ho iniziato a vestire e coccolare tutte le signore della Milano bene che non mi hanno mai lasciata e ho continuanto a lavorare anche per i grandi stilisti».

Cosa significa per lei vestire una donna?

«Valorizzare la femminilità, nascondere i difetti fisici, cucirle l’abito addosso. Scegliere il tessuto, i ricami, tagliare con le forbici il modello. Ci vuole occhio e fatica, ore a rifinire orli e drappeggi, a puntare spilli con le mie bravissime sarte, alcune con me da 30 anni. È la bellezza del prodotto fatto a mano, quello che la moda oggi cerca disperatamente, quella artigianalità che permette di non passare mai di moda».

Chi sono le sue clienti?

«Adoro le signori inglesi, una volta al mese volo a Londra a realizzare gli abiti per le lady che frequentano la casa reale. Abiti ricercatissimi e molto curati. Come quelli che realizzo per le sceicche del Qatar. Donne che amano un concetto di femminilità molto accentuato. Abiti ipersexy per restare in casa con il marito e cercano tutto ciò che è realizzato a mano, ricamato su misura».

Un giudizio sulla moda di oggi?

«Salvo solo i grandi nomi e l’alta sartoria, non mi piace la moda figlia dei social, la trovo arrabattata, scoordinata, insomma per me l’è butada su si dice in milanese».

Un outfit che boccia?

«Potrei parlare per ore: i leggings per chi porta la taglia 50 e ancora i leggings portati con le maglie corte che mostrano tutto, quelli non vanno bene neanche a 16 anni. E poi le scarpe: quegli stivali tronchetti che tagliano la gamba portati con le gonne o i vestiti, per carità. E le mamme con abiti attillati che imitano le blogger o vestono come le figlie sedicenni. Oddio dove siamo finiti».

Un messaggio ai giovani che vogliono fare questo lavoro?

«Ne ho due di messaggi: umiltà e gavetta. Io prendo giovani in stage, ma da me devono imparare prima la sartoria, altrimenti è un dramma. Molti arrivano con idee anche buone, ma non sanno tenere in mano un ago, non sanno fare un orlo e pretendono di fare i grandi stilisti. E io dico, un po’ di modestia... Non hanno le basi, è come voler fare l’architetto senza sapere come si costruisce una casa. Ci vogliono sacrifici, studio, impegno, perché con le buone idee duri solo una stagione».

anna.giorgi@ilgiorno.net