Il “Salotto di Milano” non si tocca: confermato il vincolo sugli edifici attorno alla Galleria

Stop dei giudici ai ricorsi presentati dai proprietari di tre palazzi adiacenti: "Il complesso è l’espressione della vita sociale e artistica post-unitaria"

In rosso la zona finita sotto tutela

In rosso la zona finita sotto tutela

MILANO – Non solo la Galleria Vittorio Emanuele II col suo carico di storia ultrasecolare, ma anche tutti gli edifici che le stanno attorno a formare un unico inscindibile elemento che ha cambiato per sempre la fisionomia dello spazio urbano tra il Duomo e la Scala. È la motivazione che ha spinto la Commissione regionale per il patrimonio culturale della Lombardia a imporre il vincolo monumentale sui palazzi che confinano con l’Ottagono e che rientrano nell’area dei Portici settentrionali di piazza Duomo, disegnando sulla mappa del centro un intoccabile pentagono irregolare che ha come lati via Mengoni, via San Raffaele e via Marino ed è percorso al suo interno da via Cattaneo, via Pellico, via Berchet e via Foscolo.

La decisione del Ministero, datata ottobre 2022, emerge da tre ricorsi-fotocopia presentati al Tar dai proprietari di tre stabili sottoposti a tutela: Prelios spa e la controllata Fondo immobiliare primo RE per il palazzo di via Pellico 4, sede dell’hotel Room Mate Giulia; Duomo 25 srl per l’edificio di piazza Duomo 25 che ospita la boutique di gioielleria Rocca 1794; Cbre Investment Management Sgr spa per lo stabile all’angolo con via San Raffaele affittato a H&M e Signature by Regus. Al di là di piccole differenze legate alle singole situazioni, gli avvocati delle società hanno contestato la valutazione di interesse culturale particolarmente importante che la Sovrintendenza ha affibbiato agli immobili. Cbre ha sostenuto che "un accertamento preliminare corretto e coerente con le caratteristiche del bene da tutelare avrebbe dovuto far giungere alla conclusione che l’edificio in questione è privo dei caratteri di storicità e valore architettonico necessari all’emissione della relativa dichiarazione di interesse culturale". Prelios, dal canto suo, ha ipotizzato la violazione del principio di proporzionalità "in relazione alla destinazione d’uso alberghiera, dal momento che l’apposizione di un vincolo diretto andrebbe inevitabilmente a paralizzare l’attività ivi svolta, con l’allungamento dei tempi per ottenere i titoli edilizi necessari inerenti la distribuzione degli spazi".

Tesi rispedite al mittente dai giudici: "Il complesso, in quanto espressione della vita sociale e artistica post-unitaria, anche conosciuto come “il Salotto di Milano”, ha sia un interesse architettonico e artistico – in quanto testimonianza del mutare, nel corso del 1800, del volto neoclassico e risorgimentale della città nelle primissime espressioni eclettiche – sia un interesse più vasto e dinamico in connessione con la cultura sociale ed economica di Milano, che ancora oggi lo identifica simbolicamente come “centro civico della città”". Non conta il fatto che gli edifici al centro della contesa legale non siano stati progettati dall’architetto della Galleria Giuseppe Mengoni nel 1861 né inseriti nell’elaborato originario, "poiché è pacifico e non contestato che le costruzioni inserite all’interno del contesto viario di riferimento hanno “subìto” direttamente, nella loro struttura e ispirazione, le conseguenze del complessivo ambito di riferimento, e dunque siano state realizzate in continuità con l’iniziale progetto dello stesso Mengoni". In definitiva, "il vincolo monumentale è da considerarsi adeguato e proporzionato rispetto all’obiettivo da raggiungere", vale a dire la tutela massima di un pezzo di storia della città.

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