Prima della Scala, la 'Tosca' di Puccini
Prima della Scala, la 'Tosca' di Puccini

Milano, 8 dicembre 2019 -Con la prima di ieri di Tosca alla Scala, Riccardo Chailly affronta una delle più formidabili macchine da guerra di tutto il teatro musicale impostandone la direzione su due pilastri: una pulsione ritmica incessante che tiene in tensione lo svolgimento narrativo spingendolo per così dire sempre “in avanti”; e un’attenzione quasi spasmodica alla verticalità della scrittura, ovvero alle singole sue tessere di strumentale armonia, articolazione interna, così da mettere in luce (qua e là forse con qualche eccesso calligrafico che è probabile sparisca nella maggiore tranquillità delle repliche) tutti gli infiniti particolari in virtù dei quali Puccini è gigante tra i massimi del Novecento musicale. Su questo elaboratissimo cuscino strumentale poggia poi uno di quei rari cast dove il grande cantante è una cosa sola col grande attore, ovvero dove tutti sono autentici artisti.

Anna Netrebko è sensazionale. Fuori concorso qualità timbrica d’una linea di ampiezza, morbidezza e compattezza sontuosamente monumentali, governata da tecnica fuoriclasse. Ma è il fraseggio complessivo cui indirizza tali doti, a renderla l’artista eccelsa che è: debordante carisma scenico e vocale: di quelli che nascono purtroppo solo di rado ma che quando te li trovi davanti trasformano in esperienza privilegiata l’essere a teatro. A fronte, il formidabile Scarpia di Luca Salsi. Nessuno dei frusti birignao con cui si crede d’ingigantire questa figura e invece la si banalizza: chiaroscuri continui, sfaccettatissima gamma di mezzevoci insinuanti, di sussurri gelidi e perciò tanto più incisivi, in teatralissimo contrasto con le esplosioni del registro acuto, che schioccano con perentorietà strepitosa.  Mario Cavaradossi è sostanzialmente tenore lirico: la splendida voce di Francesco Meli, in una linea morbida, luminosa, dinamicamente sfumatissima nel fraseggiare tutto a fior di labbro là dove tanti spampanano, sè del tutto ideale. E poi il Sagrestano di Alfonso Antoniozzi: un mix di Don Abbondio e Alberto Sordi, trionfo di teatro anziché di gigionesco cachinnare come s’ascolta e si vede nove volte e mezza su dieci. E persino Spoletta, di solito palestra di chioccianti suoni nasali, la voce timbratissima di Carlo Bosi lo rende figura di spicco.

Lo spettacolo di Davide Livermore è esaltante. Finalmente qualcuno che sa come impiegare a fondo le potenzialità del palcoscenico scaligero, dopotutto costate parecchio col restauro. Impianto grandioso nelle scene di Giò Forma illuminate magistralmente da Antonio Castro, che si formano si scompongono e si muovono a 360 gradi, realizzando zoomate cinematografiche grandiose mai ma gratuite perché calibrate sulla scrittura musicale con l’aplomb del grande musicista quale Livermore è: a inquadrare gestualità articolatissima, capace d’incanalare il carisma di simile cast verso una teatralità dove l’effetto vince sempre sull’effettaccio. Ivi compresa la strombazzatissima manciata di secondi finale, con Tosca bloccata in aria nel suo volo suicida al centro di candidi raggi: un “fermo immagine” che, nel suo porsi quasi come Icona del Melodramma, sigla a parer mio assai bene uno dei melodrammi più melodrammatici che esistano e che più melodrammaticamente sia stato realizzato.