Spari al poligono
Spari al poligono

Milano, 21 novembre 2018 - Donne che partecipano ai corsi assieme al marito, a volte anche con i figli, per imparare a sparare in sicurezza e ad affrontare il “processo della paura”. Persone, principalmente uomini di mezza età, che arrivano al poligono in viale Achille Papa e, dopo una full immersion con il team di Tirooperativo.it - sei ore di teoria e dodici di pratica - vengono addestrate ad affrontare un conflitto a fuoco «come può avvenire nella realtà», quella di una rapina o un’aggressione in casa.

«Noi non raccogliamo esaltati, ma persone che vogliono avvicinarsi a un uso consapevole delle armi», spiega Alessio Carparelli, tenente colonnello dei carabinieri e istruttore di tiro con oltre 25 anni di esperienza, ideatore di un metodo innovativo nell’insegnamento con le lezioni di Tirooperativo.it. «I crimini sono diminuiti - sottolinea - ma sono cambiate le modalità, che sono più violente rispetto al passato. È aumentata la paura». Uno scenario che ha portato a un boom di iscrizioni ai corsi, tra cui quelli organizzati dall’Unione Italiana Tiro a Segno (Uits) necessari per ottenere il porto d’armi, nei poligoni sparsi sul territorio lombardo. Quella di Milano è la struttura che conta il maggior numero di iscritti a livello nazionale, oltre 10mila in costante aumento. Tra loro anche Rodolfo Corazzo, il gioielliere che il 24 novembre 2015 uccise un rapinatore albanese entrato nella sua casa a Rodano, nel Milanese. L’inchiesta a suo carico è stata archiviata dal gip ma lui, spiega Carlo Bianchi, dell’Uits, «è rimasto segnato, perché sparare a un uomo è una tragedia». Nelle province di Milano e Monza-Brianza, secondo gli ultimi dati della Prefettura, sono poco meno di 1.500 i cittadini che hanno il porto d’armi per difesa personale. Tra il 2016 e il 2017 c’è stato un calo di venti unità, 1.486 a 1.466, con 47 dinieghi nel primo anno e 34 nel secondo. Nei primi sei mesi del 2018 ci sono stati 25 primi rilasci, 681 rinnovi e 10 dinieghi. Nell’arco di tre anni ci sono stati oltre novanta dinieghi. Si registra invece un forte aumento delle richieste di licenza per caccia e uso sportivo. «Le regole italiane sono più restrittive rispetto al resto d’Europa - spiega Carparelli - secondo me la riforma della legittima difesa dovrebbe essere legata a un obbligo di saper dimostrare la capacità tecnica nell’utilizzo delle armi, dimostrando di saper mantenere nel tempo i requisiti psicofisici».

Ogni anno il team organizza sei cicli di lezioni: ogni gruppo è composto da 12 persone, con un rapporto di un istruttore ogni tre partecipanti. «Il primo punto che affrontiamo - racconta Carparelli - è quello del rispetto delle leggi, perché il cittadino non può mai sostituirsi alle forze dell’ordine e se decide di difendersi lo deve fare nel rispetto delle regole. In caso contrario cade qualsiasi distinzione tra noi e il delinquente». Poi viene affrontata la dinamica dei conflitti a fuoco anche in ambienti domestici. Il “processo della paura” che interviene in condizioni di pericolo improvviso, uno dei temi affrontati in uno studio di Carparelli, “L’atteggiamento mentale e la gestione della paura nella dinamica degli scontri a fuoco” che verrà pubblicato domani. Infine la pratica al poligono, simulando anche azioni dinamiche. «Sparare deve essere sempre l’estrema istanza - conclude - prima bisogna pensare a mettersi in salvo, chiedere aiuto, mettere in fuga l’aggressore senza l’uso delle armi. Bisogna evitare in tutti i modi di arrivare a un punto di rottura, perché uccidere o ferire un uomo è sempre una tragedia».