Ivan Tresoldi (Newpress)
Ivan Tresoldi (Newpress)

Milano, 29 settembre 2018 - Per il giudice, Ivan Tresoldi, “poeta di strada”, finito sul banco degli imputati con l’accusa di aver «imbrattato» con i suoi versi alcuni muri di Milano tra il 2011 e il 2014, è colpevole. Quelle poesie non sono affatto opere d’arte, né tantomeno il frutto di un «assalto poetico», come lo ha definito Tresoldi, ma sono «puro insudiciamento» del bene pubblico.

La giustizia da codice e l’arte concettuale si sa, non sempre vanno d’accordo, in questo caso ne è uscita una vicenda processuale che, a tratti, ha il sapore della beffa. Ivan (questa è anche la sua tag) è stato condannato a una multa di 500 euro, pena sospesa, quindi non la pagherà e non ne avrà menzione sul casellario giudiziale. È stato poi condannato (e questo lo dovrà fare) a pagare le spese processuali che ammontano a mille euro circa, cioè il processo è costato il doppio della condanna. Poi dovrà pagare i danni da stabilirsi in sede civile. I danni li dovrà chiedere il Comune di Milano che però è anche uno dei principali committenti di Ivan, soprattutto quando si tratta di abbellire i quartieri periferici. È presumibile, quindi, che non gli chiederà neanche un soldo, cioè non si andrà a processo in sede civile. Se finisse così Ivan pagherebbe solo le spese di un processo «ideologico» in cui la denuncia è partita dal committente e alla fine non c’è nessuna pena. Tresoldi aveva peraltro già rinunciato a un patteggiamento molto vantaggioso.

«Avrei potuto lavorare 80 ore per il Comune gratuitamente (lavori socialmente utili), anziché pagato ed estinguevo la mia colpa – ha detto – ma ho rifiutato perché patteggiare significa riconoscermi colpevole. Io non sono colpevole e la poesia da strada è arte e come tale va riconosciuta. Combatto per questo». Il caso giudiziario è nato per una scritta comparsa sul muro di fronte alla Biblioteca Bicocca che ha portato un gruppo di guardie ecologiche a sporgere denuncia. Interrogato dalla polizia locale, Ivan si era autodenunciato portando con sé una ventina di foto dei suoi interventi sui muri cittadini. Lavori tutti contestati poi nel capo di imputazione del pm Elio Ramondini che ha ottenuto il suo rinvio a giudizio. Si tratta di brevi poesie: «Ci sono vite che capitano e vite da capitano», ma anche «Scriviamo un futuro semplice per un passato imperfetto» e «Una pagina bianca è una poesia nascosta». «Io non deturpo lo spazio pubblico, le mie vernici sono ad acqua e le opere si cancellano col tempo», aveva detto l’imputato durante l’interrogatorio in una delle scorse udienze. Davanti al giudice aveva sostenuto di aver agito «sempre dopo avere condiviso le sue intenzioni con gli abitanti della zona prescelta».

Secondo Tresoldi, inoltre, «non sempre c’è bisogno di un’autorizzazione formale per effettuare certi interventi, basta quella verbale, ma conclamata, dei cittadini». Il suo difensore, Angela Ferravante, in udienza, ieri, ha ricordato che Ivan «è un artista che ha esposto a numerosissime mostre, collaborando con istituzioni pubbliche. Tra i suoi maggiori committenti figura proprio il Comune di Milano, ora parte civile contro di lui». E ancora: «Lui non ha commesso alcun illecito», ha aggiunto insistendo soprattutto sulla differenza tra imbrattamento e opera d’arte. «Imbrattare vuol dire sporcare, ed è un cosa che suscita un sentimento di ribrezzo e riprovazione. Tutti i suoi committenti ritengono invece che le opere di Ivan rappresentino un miglioramento per i muri e i quartieri di questa città». Da qui la richiesta di assoluzione perché il fatto non sussiste o non costituisce reato, che però non è stata accolta.