Assunta Bianco, sorella di Antonia
Assunta Bianco, sorella di Antonia

San Giuliano Milanese (Milano), 9 ottobre 2019 - La legge c’è dal febbraio 2018, ma mancano i decreti attuativi per renderla efficace. A pagarne le conseguenze sono gli orfani di femminicidi, che non possono così accedere ai contributi. Come nel caso di Assunta Bianco, la sorella minore di Antonia, la 43enne italoargentina uccisa il 13 febbraio 2012 dall’ex a San Giuliano Milanese, a una manciata di chilometri a sud di Milano. Da sette anni Assunta sta lottando per far riconoscere ai suoi tre nipoti (Maximiliano che oggi ha 31 anni, Florencia di 20 anni e il più piccolo Gabriele di 13 anni) tutti i diritti per poter avere una vita dignitosa.

Assunta, a che punto è la sua battaglia?
«Siamo fermi in attesa di novità dal governo. In questi anni ho lottato per chiedere riconoscimenti economici per i miei tre nipoti. Il danno economico è inestimabile, ma non credo sia corretto non riconoscere a questi ragazzi un contributo per provare a ripartire».

Ha ricevuto un risarcimento dal killer di sua sorella, condannato definitivamente?
«Chi ha ucciso Antonia non ha nulla di intestato e risulta disoccupato. I giudici hanno formulato risarcimenti per oltre 1 milione di euro, ma non abbiamo mai visto un euro. Resto ferma nel chiedere i danni allo Stato: qualcuno non ha fatto il lavoro nel modo corretto perché mia sorella aveva più volte denunciato il suo ex».

È stato difficile andare avanti?
«Mia sorella ha lasciato tre figli che ho provato a supportare. Per loro è stata una tragedia vivere senza madre, soprattutto per il più piccolo. In questi anni ci sono stati grossi problemi, anche economici. Non è giusto che il governo non si interessi di una questione che coinvolge tante famiglie».

Vuole lanciare un appello al governo M5s-Pd?
«Sì, mi rivolgo al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ma anche al ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese: il tema non può essere accantonato. La battaglia per gli orfani di femminicidio è una questione che non ha colore politico, è un’esigenza che purtroppo interessa tante famiglie come la mia. È una battaglia di civiltà, un diritto per i figli che oltre a perdere per sempre la figura della mamma, sono costretti a lottare per tirare avanti».