Odissea sotto i bombardamenti: "A Treviso mia sorella baciò la terra"

Sergio Siberna ricorda i tentativi di fuga mentre ancora infuriava la guerra

Sergio Siberna

Sergio Siberna

È un’odissea tra bombardamenti e conflitti a fuoco quello di Sergio Siberna per arrivare in Italia. "Ho 95 anni suonati, però non ho perso la memoria. Papà insegnava italiano a Ragusa, Dubrovnik. Il 25 aprile 1945 restò senza stipendio. Diceva che, senza disposizioni dal suo ministero, non sarebbe andato via. Rimase tanti mesi solo, a scuola. Onestamente, facendoci anche patire la fame". È la madre a insistere per partire. "Continuava a sentire notizie di efferatezze commesse dai partigiani slavi contro italiani, seviziati e poi barbaramente uccisi. Prendemmo il primo treno con 4 valige. Papà, mamma, noi 4 figli e la donna di servizio che era diventata una di casa".

Dopo 20 chilometri il treno si ferma in aperta campagna. "Portarono i pochi passeggeri in una casupola, addossati al muro. Arrivarono due squadriglie con 8 apparecchi angloamericani e iniziarono a mitragliare. I tedeschi risposero al fuoco. Tornarono 7 volte. Dopo il quarto intervento, il treno prese fuoco e mamma si buttò per prendere le valige tutte sforacchiate dai proiettili".

Le rotaie tra Ragusa e Mostar erano saltate: a marcia indietro tornarono a casa. "Avevamo già perso il nostro appartamento, che avevamo lasciato completamente arredato ed era stato occupato da una famiglia. Nella disgrazia papà incontrò un conoscente jugoslavo: sentite le nostre peripezie, quello tirò fuori un mazzo di chiavi. ‘Maestro, io vado a prendere servizio in nave. Restate quanto vi pare e poi ridatele semplicemente alla vicina’. Papà, commosso, lo abbracciò e ce la cavammo".

Il viaggio riprese poco dopo su un camion tallonato dai tedeschi. Alla prima stazione, suonò l’allarme aereo. "Tutti scapparono come uccelli davanti ai cacciatori per cercare rifugio e mamma ancora una volta prese in mano la situazione, spingendoci sul treno in uno scompartimento tutto per noi. Quando il controllore passò a vedere i passaporti, ci disse ‘Volete andare a Trieste? Vi consiglio di andare altrove perché faremo diventare rossa l’acqua dell’Adriatico’. Dopo parole così incoraggianti andammo a Zagabria". Un altro treno per Klagenfurt "col cielo sorvolato da fortezze volanti e caccia che bombardavano". Una notte in stazione e l’ultimo viaggio. "Arrivati a Treviso, mia sorella baciò il suolo: eravamo in Italia". La.La.

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