Sgombero centro sociale 'Base di solidarietà popolare'
Sgombero centro sociale 'Base di solidarietà popolare'

Milano, 14 dicembre 2018 - «Bisogna trovare una contromossa che li faccia impazzire, occupare, 2 sgomberi, 4 occupazioni, anche se non tengono li tira scemi». È la mattina del 19 gennaio 2017: Elena Contestabile arringa i suoi sodali sulle chat. La strategia è chiara: incrementare il numero di raid abusivi nelle case popolari della periferia milanese per vanificare gli sforzi di Aler e forze dell’ordine.

Ieri la 34enne nata in Svizzera, ritenuta una delle anime del centro sociale «Base di solidarietà popolare», è finita ai domiciliari insieme ad altre 6 persone (un altro si è costituito in serata, l’ultimo ricercato è attualmente all’estero): l’accusa è associazione a delinquere finalizzata alla commissione dei reati di occupazione abusiva e resistenza a pubblico ufficiale. La banda, stando a quanto ricostruito dai carabinieri del Nucleo informativo, agiva nelle zone di Giambellino e Lorenteggio, particolarmente problematiche sul fronte della gestione del patrimonio di edilizia pubblica e per questo diventate col tempo terreno fertile per chi offre scorciatoie illegali. In sostanza, il gruppo, che poteva contare su una cinquantina di elementi tra «organizzatori», «aderenti» e «partecipanti occasionali», propiziava i blitz negli appartamenti dell’Aler: dallo sfondamento della porta con flessibile e piede di porco alla difesa della casa conquistata, con tanto di presìdi violenti contro carabinieri e polizia. Non per soldi (a parte i 10 euro di quota mensile), bensì, nell’ipotesi dei pm Alberto Nobili e Piero Basilone, per procacciarsi consenso da spendere nel capillare controllo del territorio, sostituendo «al sistema legale» un diverso «canale illecito e più facile da percorrere per l’ottenimento di una casa».

Tra i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Manuela Cannavale ci sono esponenti del mondo anarco-insurrezionalista legati al movimento No Tav: è il caso, ad esempio, di Niccolò Alberto Bosacchi, laureato in Filosofia alla Statale con 110 e lode e una sfilza di precedenti alle spalle; a gestire l’organizzazione c’erano pure Mirko Lavezzoli, coinvolto nel maxi processo sui disordini a Chiomonte nel 2011 e Nicolò Fasiello. «Non siamo una cricca di mafiosi – la difesa – ma un comitato di solidarietà!».