I nuovi grattacieli di Milano: “Bellissimi ma senza anima, gli edifici devono emozionare come il mio Guangzhou Circle”

Joseph Di Pasquale, archistar che ha firmato una delle costruzioni più famose della Cina. “I palazzi devono generare senso di appartenenza, un legame profondo con la storia”

Lo skyline di Milano, nel riquadro una veduta dall’alto del Guangzhou Circle firmato da Joseph Di Pasquale

Lo skyline di Milano, nel riquadro una veduta dall’alto del Guangzhou Circle firmato da Joseph Di Pasquale

Milano – C’è un architetto italiano, comasco di nascita e milanese d’adozione, che in Cina ha firmato uno degli edifici più famosi del Paese. Si chiama Joseph Di Pasquale e ha progettato il Guangzhou Circle, il sorprendente grattacielo di 33 piani (138 metri), a forma di anello sulle rive dello Xi Jiang nella città di Guangzhou. L’occasione per puntare l’attenzione su Di Pasquale è stato l’Italian Design Day a Shenzhen organizzato dal Consolato Generale d’Italia di Guangzhou, che ha scelto proprio l’architetto milanese come testimonial. Del resto, il grande anello di Guangzhou, inaugurato dieci anni fa, rappresenta una sorta di rivoluzione per l’architettura contemporanea sia per il disegno, che per l’approccio al progetto che Di Pasquale dice essere ispirato alla "sostenibilità culturale".

Joseph Di Pasquale
Joseph Di Pasquale

Architetto Di Pasquale, cosa intende con «sostenibilità culturale»? È un approccio replicabile anche in Italia?

"La sostenibilità culturale è per definizione applicabile ovunque. A mio parere è la condizione imprescindibile per qualsiasi altro tipo di sostenibilità. In architettura come in tutti gli altri campi non basta preoccuparsi della “tecnica”. Esiste infatti un grande vuoto da esplorare, ciò che i nostri occhi di uomini “moderni” non riescono quasi più a vedere: si tratta dei valori intangibili, quelli culturali appunto che sono fatti di simboli, storia, tradizione, ma anche di narrazioni, di valori spirituali, legende e miti. Sostenibilità culturale significa riuscire a ritrovare un canale di contatto con questo mondo interiore, vale a dire con i desideri più reconditi e in fondo più veri che ogni uomo e ogni donna ha dentro di sé".

A oltre dieci anni dalla sua realizzazione il Guangzhou Circle è ancora un “caso”, cosa può insegnare questo progetto alle città italiane?

"Il Guangzhou Circle è stato un evento di grande rottura dal punto di vista della figurazione architettonica cinese del tempo. La mia intenzione era quella di toccare delle corde più profonde nell’immaginario collettivo che non quelle della “sorpresa” momentanea per l’ultima “stranezza” architettonica. Il riferimento alla tradizione dei dischi di giada, le più antiche testimonianze delle cultura materiale cinese, era per me il modo “culturalmente sostenibile” di utilizzare l’architettura come linguaggio simbolico per generare un senso di appartenenza, un legame profondo tra l’edificio e i cittadini. Il fatto che a distanza di dieci anni questa energia simbolica sia ancora forte e abbia fatto di questo edificio uno dei simboli della città è la conferma più bella che potevo attendermi come architetto".

Il suo studio lavora in Italia e nel mondo, ma ha base a Milano. Come giudica la rivoluzione urbanistica che ha investito la città negli ultimi 15 anni?

"L’anomalia non sono gli ultimi quindici anni di trasformazione, ma i precedenti trent’anni anni di totale paralisi. La cosa più importante che è stata fatta secondo me è dimostrare che trasformare la città non solo si può fare, ma significa anche renderla migliore. Però il processo deve continuare a essere alimentato con nuove idee e con nuovi obiettivi. Sarebbe un guaio sedersi su quelli che pensiamo siano degli “allori” e che invece non sono che l’inizio di quel dinamismo essenziale per una città che ambisce all’eccellenza".

Il Guangzhou Circle è diventato un simbolo della città in cui sorge: tra le nuove grandi costruzioni di Milano ce n’è una che può essere considerata un simbolo della città?

"Sono molti gli edifici che negli ultimi anni a Milano hanno ambito a una riconoscibilità identitaria. Basti pensare al fenomeno del tutto inusuale per la Milano contemporanea dei “nomignoli” come il Lungo, il Curvo, lo Storto, il Bosco Verticale. Questi edifici sono delle icone di architettura, ma mi domando se sono davvero “milanesi”. Io ritengo che se cerchiamo un simbolo iconico e culturalmente sostenibile della “milanesità” difficilmente lo troveremo in quest’ultima tornata di grandi realizzazioni. Questo forse è dovuto al fatto che per la maggior parte i progettisti di questi edifici erano stranieri, o per meglio dire, erano stranieri (o italiani) che non si sono dati come obiettivo quello di interpretare culturalmente la “milanesità”. Filarete e Bramante nel 1400 erano architetti “stranieri” a Milano ma entrambi si sono lasciati “contaminare” dalla milanesità. Questo non è avvenuto in queste ultime trasformazioni urbane. Di conseguenza nell’architettura moderna ritengo quindi che siano ancora il Pirellone e la Torre Velasca a detenere lo scettro della rappresentazione iconica dell’architettura milanese".

Se potesse lei progettare un edificio simbolo per Milano come lo immagina?

"Sarebbe bellissimo potersi applicare a un tema del genere. Da sempre gli architetti hanno immaginato anche in modo visionario e provocatorio possibili sviluppi della propria città. Penso che per ogni architetto sia importante e un segno di affetto nei confronti della propria città fare delle proposte immaginandone il futuro. In quest’ottica due anni fa nel documento “Prendersi cura della città” che avevo curato come coordinatore scientifico avevo fatto cinque proposte tra le quali avevo pensato all’asse di corso Sempione come al luogo per un edificio che ne concludesse la prospettiva e potesse diventare un’icona urbana".

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