Guardia di finanza
Guardia di finanza

Milano, 29 gennaio 2020 - Cinque anni di indagini per arrivare a capo di un giro di affari illecito da 160 milioni di euro. Un guadagno “facile“, un ricco tesoro accumulato attraverso una serie di episodi di autoriciclaggio, di usura ed estorsioni caratterizzate da metodi mafiosi e minacce gravissime. "Noi se ti dobbiamo sparare non abbiamo problemi a farti sparare eh … Cioè noi lavoriamo praticamente con tutte le famiglie mafiose, vedi tu cosa vuoi fare": questa una delle frasi intercettate e contenuta nelle 270 pagine di ordinanza che ha portato all’arresto di 18 persone con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale.

Con l’usura e l’estorsione, i criminali, tutti legati a famiglie della ’ndrangheta Morabito-Palamara-Bruzzaniti, facevano affari nel campo dei rifiuti. Non solo: i grossi guadagni arrivavano dalle frodi carosello all’Iva nel settore delle telecomunicazioni. Gli arrestati avevano creato una fitta rete di società “cartiere” e “filtro” in Paesi dell’Unione Europe e fuori dall’Unione, intestate a prestanome con precedenti per "associazione di stampo mafioso e traffico di droga". Stando agli investigatori della Dda di Milano, Sara Ombra e Gianluca Prisco, il gruppo criminale avrebbe evaso, dal 2015 al 2018, le imposte Iva e Ires per oltre 34 milioni di euro attraverso l’emissione di fatture per operazioni inesistenti. Gli arrestati non si limitavano alle frodi, per gestire meglio i business facevano assumere persone di loro fiducia nelle imprese coinvolte a vario titolo nelle frodi. I dettagli delle modalità operative del gruppo ’ndranghetista emergono da alcune conversazioni intercettate. Nel corso di una cena in un ristorante, nel marzo 2018, il boss della ‘ndrangheta Bartolo Bruzzaniti avrebbe offerto ad Alessandro Magnozzi, arrestato ieri e “protagonista“ principale dell’inchiesta "l’opportunità di entrare in un nuovo business nel settore dei rifiuti che, a suo dire, gli avrebbe fruttato un guadagno di circa 4 milioni di euro l’anno".

Dalle 270 pagine dell’ordinanza, oltre al ruolo di Magnozzi, amministratore della Nts srl e anche di un reticolo di società “cartiere“, emergono anche i racconti di una serie di imprenditori vittime di episodi di usura. Sarebbe stato proprio lo stesso Magnozzi, stando a quanto si legge nell’ordinanza, ad individuare le persone da “strozzare“ con prestiti, perché versavano "in difficoltà economiche". "Agli incontri tra Magnozzi e i membri della famiglia Bruzzaniti - scrive il gip - era presente, tra gli altri, anche Gianpietro Paolo Paleari", finito ai domiciliari. Nel filone delle indagini che ha messo in luce una serie di assunzioni pilotate è emerso che Maria Morabito, moglie di Antonio Bruzzaniti, sarebbe entrata alla “Sistema srl“, una delle società riconducibili a Magnozzi. E allo stesso tempo Francesca Maviglia, moglie del fratello di Antonio, Bartolo Bruzzaniti, sarebbe stata assunta nel 2016 in una altra società della “rete“ del presunto capo dell’associazione criminale.

Tutta l’inchiesta è partita dalla ricostruzione di "un giro di usura nel territorio di Monza e Lecco" che sarebbe stato gestito da Magnozzi e da Paleari. Agli atti anche intercettazioni tra Paleari e Edoardo Novella, figlio del boss della ‘ndrangheta Carmelo Novella, che fu al vertice delle cosche in Lombardia e venne ucciso in un agguato nel 2008 nel Varesotto. In una telefonata Paleari forniva a Novella "informazioni su come raggiungere gli uffici di Magnozzi". Lo stesso Magnozzi, tra l’altro, in un’altra intercettazione spiegava che Bartolo Bruzzaniti, come riassume il gip, "si occupa di tutto ciò che è connesso ai rifiuti e che gli aveva proposto di diventare amministratore di un consorzio che si occuperebbe delle trasformazione di materie plastiche con grandi margini di guadagno da dividere".