I lavoratori della Breda Ansaldo esposti all’amianto dagli anni Settanta al 1985
I lavoratori della Breda Ansaldo esposti all’amianto dagli anni Settanta al 1985

Milano, 20 gennaio 2020 - E stavolta i familiari delle vittime dovranno anche rimborsare le spese del processo. "Dobbiamo pagare per avere fatto ricorso in appello. Il messaggio è chiaro: non fatelo più", dicono con amarezza. Ancora un’assoluzione infatti per le morti d’amianto, stavolta nel processo di secondo grado per una decina di operai deceduti dopo aver lavorato alla Breda-Ansaldo, secondo l’accusa esposti all’amianto nello stabilimento milanese di viale Sarca tra gli anni ‘70 e il 1985. Sette i manager del gruppo assolti,come già in primo grado. Ieri la conferma dei giudici della quinta sezione della Corte d’appello. Il sostituto pg Nicola Balice aveva invece chiesto condanne tra i 2 anni e i 4 anni e 11 mesi di reclusione.

L’istruttoria era stata riaperta in appello, come da richiesta del pg e dei legali di parte civile, perché fossero ascoltati due consulenti tecnici della procura. Dopo la sentenza il rappresentante del “Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro “ Michele Michelino dice: "Volevamo giustizia ma purtroppo abbiamo trovato la legge, che difende i potenti". Quello di ieri è l’ennesimo verdetto di assoluzione pronunciato dai giudici milanesi nei confronti di ex dirigenti d’azienda in relazione alla morte di lavoratori a causa dell’ amianto. Negli ultimi anni si sono chiuse a favore degli imputati le vicende dell’Alfa Romeo di Arese, della centrale Enel di Turbigo, nel Milanese, della Pirelli per i due stabilimenti di viale Sarca e di via Ripamonti, della Franco Tosi di Legnano.
Tutte fabbriche dove decine di ex operai sono morti nel corso degli anni per malattie o tumori polmonari legati alle fibre d’amianto. Eppure sembra una strada senza uscita, dal punto di vista processuale, quella che la Procura milanese ha imboccato sostenendo l’accusa nei confronti dei vari ex vertici aziendali per le decine di morti bianche.

Non solo per la difficoltà oggetiva di ricostruire, dopo tanti anni, le storie personali dei lavoratori e della loro malattia, ma anche perché nella giurisprudenza, a proposito del rapporto causa-effetto che deve essere provato dai pubblici ministeri, prevale ormai la tesi che è solo il momento in cui insorge la malattia - che ha periodi di latenza anche di 30 anni - a contare in termini di eventuali responsabilità per chi all’epoca dirigeva una fabbrica. E fissare quel momento è difficilissimo: da qui le assoluzioni. La tesi contraria, cioè che il protrarsi dell’esposizione all’amianto aggravi comunque la malattia che porta alla morte - dunque con responsabilità che andrebbero estese a tutti quelli che si sono succeduti alla guida dell’azienda - ha ormai decisamente perso forza in sede di Cassazione.