M.CONS.
Cronaca

Molestie in corsia al Policlinico, condannato infermiere

Dopo la denuncia di una giovane operatrice sanitaria, anni fa, l'uomo pretendeva di essere lui quello insidiato

Violenza sulle donne

Milano, 2 novembre 2020 -  L’aveva molestata sessualmente sul lavoro, tra le corsie del Policlinico, ma pretendeva di essere lui quello insidiato. Ora la Cassazione ha chiuso il discorso confermando la condanna dell’uomo a un anno e otto mesi di reclusione.

Lui infermiere esperto benvoluto dai medici, attivo rappresentante sindacale; l’altra un’operatrice socio sanitaria di origini sudamericane, assunta con contratto a termine. La denuncia della donna, a suo tempo, fece scalpore nell’ambiente, tanto da far quasi finire lei sul banco degli imputati per calunnia. E al processo altri infermieri testimoniarono a favore di lui, che in primo grado venne assolto. Ma l’appello ribaltò il verdetto ora reso definitivo dalla Cassazione: F. B., oggi 60 anni, è stato condannato in via definitiva per violenza sessuale (nella forma meno grave) con la concessione delle attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena.

Entrambi i protagonisti di questa storia lavoravano qualche anno fa al Policlinico così come la moglie di lui, pure infermiera, schierata a difesa del marito. I testimoni erano colleghe e colleghi dell’uno e dell’altra. Opposte le versioni: lei denunciò che l’uomo non le dava tregua con le sue avance; spiegò che in più occasioni l’aveva palpata sul seno e sul sedere e le aveva proposto rapporti sessuali di ogni tipo. Lui rilanciò sostenendo che al contrario era la donna a infastidirlo. Il tribunale non credette fino in fondo alla ragazza, mettendo in luce alcune presunte contraddizioni. Ma i giudici d’appello imboccarono una strada ben diversa: colpevole l’infermiere e atti in Procura perché si valutassero le possibili false testimonianze delle due colleghe che avevano sostenuto la versione dell’infermiere sindacalista.

La vicenda emerse qualche anno fa, quando la giovane operatrice non potendo più tollerare il comportamento del “capo”, chiese aiuto al Servizio antiviolenze della Mangiagalli e sporse denuncia. Passarono solo pochi giorni e la direzione dell’ospedale avviò un procedimento disciplinare nei confronti del sindacalista che così venne di fatto messo immediatamente al corrente dell’indagine. La ragazza, Maria L. B.C., raccontò più episodi di molestie subite, l’infermiere replicò quasi subito con una controdenuncia per calunnia. Per lei testimoniarono un caposala e un’infermiera, confermando di aver ricevuto le confidenze della donna; per lui la moglie, che disse di essere stata al corrente delle attenzioni della ragazza verso il marito, e due colleghe della stessa parte lesa. Il tribunale assolse l’infermiere perché - sostenne il suo legale - "l’ipotesi accusatoria, basata esclusivamente sulla testimonianza della persona offesa" non sarebbe stata pienamente provata "residuando ragionevolmente il dubbio".

Due anni fa però i giudici della corte d’appello, presidente Paolo Carfì, dubbi non ne ebbero dopo il ricorso presentato dal legale dalla parte lesa, avvocato Patrizio Nicolò. Tanto che insieme alla condanna per violenza sessuale ordinarono a Fabrizio B. di versare 7mila euro a Maria L. come anticipo sul risarcimento dei danni. Ora, dopo che la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’infermiere, pur con i tempi lunghi della giustizia la condanna è divenuta definitiva.