Militari in stazione Centrale
Militari in stazione Centrale

Milano, 18 settembre 2019 - "Ero stanco di questa vita, l'unico modo per farla finita era con questo gesto, volevo essere ucciso per raggiungere il paradiso di Allah". Con queste parole Mahamad Fathe, il 23enne yemenita che ieri ha ferito alla gola e alla schiena con delle forbici un militare alla stazione Centrale di Milano, ha spiegato, sentito dal pm Alberto Nobili e dai carabinieri, l'aggressione seguita poi dal grido di 'Allah akbar'.

La richiesta di convalida dell'arresto e di custodia cautelare in carcere per le accuse di tentato omicidio aggravato dalle finalità terroristiche (non attentato con finalità terroristiche, come comunicato ieri) e di violenza a pubblico ufficiale verrà inoltrata oggi all'ufficio gip. Da fonti inquirenti viene precisato che la segnalazione alle autorità italiane da parte di quelle tedesche (il 23enne fu espulso e rimandato in Italia a luglio) era generica, incompleta e parlava di "simpatie islamiste", non di legami con l'Isis o di indagini. Video con delle "scene di guerra", probabilmente di combattimenti in Yemen e scaricate dalla rete, immagini comunque da analizzare, sono stati rintracciati nel telefono sequestrato al 23enne yemenita. Il giovane nell'interrogatorio, davanti al pm Alberto Nobili e ai carabinieri, ha sostenuto di non far parte dell'Isis. "Non sono un terrorista - ha detto - sono scappato dallo Yemen perché c'era la guerra". Anche se proseguono gli accertamenti a seguito di alcune perquisizioni effettuate e si sta analizzando il cellulare sequestrato all'uomo, gli inquirenti ritengono che il gesto del giovane al momento possa attribuirsi ad un mix di disperazione per la vita che stava conducendo (da almeno tre giorni dormiva nei pressi della stazione Centrale) e a sue personali derive islamiste. In sostanza, stando alla sua versione, voleva farla finita e ha scelto di farlo con un'azione sgangherata cercando il martirio.

La storia del giovane Mahamad è simile a quella di molti migranti che in questi anni hanno raggiunto l’Italia per sfuggire a fame e conflitti (quello yemenita nel suo caso). Nel 2017 Fathe era arrivato in Italia dalla Libia, era stato assegnato a un centro di Bergamo ma si era allontanato dalla struttura prima che fosse concluso l'iter per la richiesta di asilo politico. Ha raggiunto la Germania, da dove è stato espulso in virtù del trattato di Dublino. Il 12 luglio 2019 lo hanno messo su un volo da Monaco diretto a Malpensa e il 23 agosto si è presentato a Mantova per formalizzare l'istanza di protezione internazionale e ha ottenuto un permesso di soggiorno provvisorio. In quei giorni è stato ospitato nell'ex hotel California a Ostiglia ( Mantova) ma ancora una volta è scappato e il 13 settembre è arrivato a Milano. Due notti fa, attorno alle 2, i militari del nucleo Radiomobile sono intervenuti in via Sammartini su chiamata del custode del rifugio della Caritas. Fathe era salito su una pensilina 'armato' di una penna, minacciava tutti e urlava frasi sconnesse. Per farlo scendere un carabiniere ha dovuto utilizzare lo spray al peperoncino e una volta in caserma è stato denunciato per violenza e resistenza a pubblico ufficiale. È uscito dagli uffici ed è tornato in Centrale, dove poco prima delle 11 di ieri ha aggredito il militare.