ANNAMARIA LAZZARI
Cronaca

Milano mia, non ti riconosco più: "Città per pochi: i talenti vanno via"

Il creativo Aldo Biasi, padre di tormentoni pubblicitari: poche speranze nella politica, spinta dal basso "I marciapiedi sporchi mi fanno stare male, offro al Comune le mie idee per una campagna anti-degrado".

Si definisce ancora "innamorato" ma non riconosce più la città che lo ha adottato tanti anni fa. "La metropoli sta attraversando una profonda crisi. Soffre di tre malattie: il degrado, l’esclusività e la fuga dei talenti. Milano è diventata grande perché qui si sono coagulate le migliori energie, attitudini e personalità provenienti da ogni parte d’Italia, dando vita a un alveare creativo. Ma cosa rimane di una metropoli se vanno via l’ingegno, le competenze e le iniziative di chi vuole progettare e "osare"?" si chiede Aldo Biasi, uno dei più importanti creativi del nostro Paese. Barese di origine, classe 1945, dopo un passaggio a Torino allo studio di Armando Testa, si è trasferito nella metropoli lombarda, lavorando come direttore creativo per le migliori agenzie (Benton & Bowles, Leo Burnett, Publicis, McCann fra gli altri). Nel 1994 fonda la Sanna &Biasi, in coppia con Gavino Sanna. L’agenzia che porta il suo nome nasce nel 1999 (l’anno scorso il gruppo internazionale Idntt ne ha acquisito il 20% del capitale sociale, Biasi è ancora direttore creativo). In mezzo secolo di carriera ha vinto otto Leoni al festival della creatività di Cannes, firmando campagne che hanno colonizzato l’immaginario collettivo, come i tormentoni “C’è Gigi? E la Cremeria?“, nello spot per Motta, o “Persone oltre le cose“, in quello di Conad. Una curiosità: è stato Biasi a fare dell’imprenditore Giovanni Rana un personaggio mediatico, suggerendogli di apparire nella pubblicità dei tortellini come testimonial di sé stesso.

Perché fuggono i talenti?

"Perché vivere a Milano è diventato un privilegio di pochi. Un dato che non ha valore statistico ma è significativo: dei miei dieci collaboratori nessuno abita più qui, si sono tutti trasferiti nel più abbordabile hinterland o in altre province. Il tema della fuga riguarda anche gli uffici. Ci sono agenzie pubblicitarie, studi di produzione, che stanno “delocalizzando“, cogliendo anche l’opportunità offerta dallo smart working. Questo è un aspetto decisivo per le sorti della città perché è sempre stata la realizzazione professionale, non la rendita, a rendere Milano un diamante brillante".

Però si è appena conclusa un’edizione da record per il Salone del Mobile con oltre 360mila visitatori.

"Ma questi grandi appuntamenti ospitano solo dei talenti. Poi li perdono, vanno altrove".

Qualcosa d’altro che la turba? "Lo stato dei marciapiedi e delle strade: mi fa stare male. Milano è bella ma solo se si ha la possibilità, passeggiando, di alzare lo sguardo, ammirando palazzi, vie, monumenti. Al giorno d’oggi si è costretti a camminare a testa bassa per evitare le deiezioni dei cani, gli sputi, i rifiuti. Nella zona dove ci sono i miei uffici (Chinatown, ndr) il percorso è impraticabile. Ma lo stesso si potrebbe dire della maggior parte dei quartieri fuori dal centro. Mi piacerebbe se si facesse una campagna di sensibilizzazione sull’importanza di difendere strade e marciapiedi. Sarei disponibile a fornire, pro bono, l’idea creativa".

Altra nota dolente: la sicurezza.

"Un bel problema per la metropoli che vive anche di notte. I tassisti mi raccontano che i turni dopo una certa ora non li vuole fare più nessuno perché è troppo pericoloso. La micro-criminalità sta cambiando l’anima della città che con me era stata così accogliente. Il pensiero fisso dei milanesi non è più guardare avanti, ma guardarsi alle spalle".

Soluzioni?

"Dalla politica non mi aspetto nulla, penso che saranno i milanesi a salvare la loro città. Propongo di fare delle nuove “Cinque giornate“, di discutere dello stato in cui versa la città e capire, con idee dal basso, come tornare all’antica gloria. Non è più il tempo della Milano da bere, adesso è il tempo della Milano da rifare".

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