Marco Fiumara
Marco Fiumara

Milano, 27 novembre 2017 - One nomination, one win. La frase gli risuona in mente come un mantra. È stata scandita a Los Angeles sul palco degli Emmy Awards, l’Oscar della televisione tanto per intenderci, poco prima del suo nome: Marco Fiumara. Lui, 54 anni, docente alla “Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano”, è il primo fonico italiano ad aggiudicarsi il più prestigioso riconoscimento a livello internazionale. E ce l’ha fatta al primo colpo: one nomination. "L’unico rammarico – sorride Fiumara, accanto alla statuetta aurea – è non essere stato presente alla cerimonia. Di carattere sono poco incline alle celebrazioni personali e già in passato avevo ricevuto nomination per il David di Donatello e il Ciak d’oro senza poi vincere. Mai avrei pensato di farcela a Los Angeles". Invece dalla California è arrivata la soddisfazione più grande di una carriera trentennale iniziata da giovanissimo nei teatri romani e proseguita poi per il grande schermo, dopo la laurea e gli studi al Centro Sperimentale di Cinematografia della capitale, da dove arriva.

"Al di là del premio – si schermisce – fanno piacere i complimenti e gli attestati di stima dei colleghi". Fiumara ha curato la produzione sonora della serie Usa “Mozart in the jungle” di Amazon Studios, con Gael Garcia Bernal e Malcom MacDowell, premiata appunto come la migliore per le serie tv comiche e drammatiche. "Ho partecipato alle riprese girate a Venezia con Monica Bellucci e Placido Domingo. Un lavoro reso difficile dai rumori della folla e dai continui salti tra il parlato degli attori, il sottofondo e la musica". Il compito di un fonico di presa diretta, del resto, è restituire al pubblico, attraverso microfoni e registratori, la purezza dei dialoghi dei protagonisti, senza ricorrere al doppiaggio in studio.

"Servono un’ottima conoscenza degli strumenti e degli ambienti e un continuo aggiornamento sui dispositivi digitali – spiega – ma anche la sensibilità di capire le esigenze e l’attitudine degli attori che hai di fronte. In Italia si diventa presto amici sul set, si crea una sorta di cameratismo, con gli americani la distanza dalle star la senti tutta e solo dopo tempo si entra in confidenza; insomma devi subito dimostrare di essere all’altezza del compito e soprattutto devi parlare perfettamente inglese». Ed è questo il primo suggerimento ai suoi studenti della Luchino Visconti, dove insegna da due anni e mezzo, dopo le “cattedre” alla Zelig di Bolzano e alla Gian Maria Volontè di Roma. «Il mio invito è ad allargare le proprie prospettive, leggere e ascoltare tanto. L’iperspecializzazione non funziona più. Bisogna avere una buona cultura generale, essere versatili e fare esperienza all’estero». Anche perchè, come in tanti altri settori, «lavorare in Italia rischia di essere frustante: i ragazzi, seppur bravi, vengono pagati poco e raramente valorizzati. Un peccato – prosegue – dal momento che, a dispetto di tanti luoghi comuni, io vedo giovani motivati e sveltissimi nell’apprendimento, semmai carenti di buone guide». Non può essere il caso degli allievi della civica. "Ho la fortuna di lavorare nella scuola italiana che meglio prepara alle varie professioni legate al mondo dello spettacolo. Qui si fa un’eccellente formazione".

Il resto dipende dal talento, dall’impegno personale e dal contesto esterno. "Roma è la città del cinema per antonomasia ma Milano offre molte più opportunità: dalle tv ai multimedia, dalla sfilate ai grandi eventi. Non ho mai capito – conclude – se Milano sia una città creativa di suo o se qui trovino il terreno giusto le idee germogliate altrove. Ma certamente le suggestioni migliori maturano qui e non  può essere solo questione di danè".

E se lo dice un Emmy...