Milano, 9 luglio 2018 - «Quelli sono appena arrivati, non li avevo mai visti prima...». Biko è seduto con un amico su un mucchietto di pietre, a due passi dalla ciclabile che attraversa viale Città di Fiume. Poco più in basso, in fondo alla scalinata che porta ai giardinetti, c’è un dormitorio con materassi e teli lerci allineati uno di fianco all’altro come in una piccola camerata a cielo aperto: una decina di persone si è sistemata lì, tra buste piene di spazzatura e topi che scorrazzano tra una siepe e l’altra. È da poco passata la mezzanotte, siamo a Porta Venezia. Qualche giorno fa, l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino ha acceso i riflettori sul fenomeno dei «transitanti», tornato di stretta attualità nelle ultime ore.

Ragazzi poco più che maggiorenni, quasi tutti provenienti dal Corno d’Africa, che vedono Milano solo come crocevia di un’odissea con destinazione finale Nord Europa. Sbarcati sulle coste siciliane e assegnati ad altre Regioni, hanno lasciato i centri d’accoglienza e sono saliti su un treno diretto in Centrale, con la speranza di proseguire il viaggio passando dalla Svizzera o dalla Francia: un giorno, al massimo due, e poi via. «D’estate è sempre così – afferma il sindaco Giuseppe Sala –. Noi in un modo o nell’altro ce la facciamo sempre, ma prima o poi si arriverà a una situazione di difficoltà: questi arrivi obiettivamente ci preoccupano». Ieri notte, in via Vittorio Veneto, ne abbiamo contati 26: alcuni in gruppo, alcuni da soli. Difficile sapere se si tratti di «transitanti» piuttosto che di «dublinanti», coloro che sono stati rispediti in Italia dopo essere entrati in un altro Paese dell’Ue; senza dimenticare i «diniegati», quelli che si sono visti respingere la richiesta di protezione internazionale. Categorie giuridiche a parte, c’è una cosa che li accomuna: nessuno di loro ha un tetto sopra la testa, nessuno sa bene dove andare. Di fatto, sono tutti dei clochard che cercano un posto per riposare qualche ora. Solo in 9 hanno deciso di accettare una sistemazione all’ex hub di via Sammartini (che ora ha solo 50 posti a disposizione e presto potrebbe accogliere il Centro aiuto), grazie al lavoro delle unità di strada: «Accogliamo i più vulnerabili, in attesa di capire di cosa ci sia bisogno per la città», fa sapere il presidente di Arca Alberto Sinigallia. Gli altri sono rimasti fuori. Ce ne sono una decina davanti all’ingresso del Memoriale della Shoah.

E altri ancora si sono sistemati tra i piloni di cemento che sostengono il sottopasso Mortirolo: una sorta di accampamento tirato su dietro le barriere di ferro che separano il camminamento interno dalla preferenziale di via Tonale. Italiani e stranieri, la strada non contempla queste differenze. Cinque minuti a piedi, ed eccoci davanti alla stazione, punto caldo per antonomasia dell’emergenza migranti. Alle 2, la zona è ancora popolatissima: quasi tutti svegli, forse in attesa che gli operatori di Amsa completino la pulizia di piazza Duca d’Aosta, sotto lo sguardo attento di due agenti della locale. In tre sono sdraiati sotto la Mela di Pistoletto, tutti gli altri si dividono tra piazza Luigi di Savoia e le aiuole lato via Vitruvio. Dove dormiranno stanotte? Forse resteranno da quelle parti, forse se ne andranno chissà dove.