Un operaio al lavoro con la mascherina dopo il lockdown
Un operaio al lavoro con la mascherina dopo il lockdown

Milano, 2 agosto 2020 - Un fiume di denaro erogato alle imprese della Città metropolitana di Milano, con l’obiettivo - non raggiunto - di far volare l’occupazione. Oltre 1.4 miliardi di euro fra il 2015 e il 2017, solo per rimanere a uno dei provvedimenti più imponenti dell’ultimo decennio, come sgravi sulle assunzioni a tempo indeterminato previsti dalla legge di bilancio per il 2015, fetta di una torta da 22 miliardi a livello nazionale. Ma gli esiti, secondo i dati elaborati dal Dipartimento mercato del lavoro della Cgil di Milano, sono stati modesti: solo 43mila occupati in più nell’area metropolitana fra il 2014 e il 2016. Un migliaio in più nell’agricoltura, 52mila in più nei servizi ma ben 10mila in meno nel comparto manifatturiero. Dati che sono un punto di partenza nel dibattito su come muoversi nell’epoca del coronavirus per rilanciare un’economia terremotata dall’emergenza sanitaria, con lo spettro del prevedibile boom di licenziamenti quando verrà meno il blocco degli esuberi.


«L’importante in questa fase, è non gettare al vento i soldi come è stato fatto in passato", spiega il responsabile del Dipartimento mercato del lavoro, Antonio Verona. "Le aziende assumono indipendentemente dagli sgravi – prosegue – e per questo è meglio utilizzare le risorse per sostenere la parte più debole, cioè i lavoratori, aiutandoli ad aggiornare le proprie competenze e ad acquisire nuove conoscenze spendibili nel mondo del lavoro". Percorsi di formazione che sulla carta ci sono, ma che nella realtà finora hanno dimostrato tutte le loro lacune, come dimostrato gli scarsi risultati ottenuti dalla riforma del Reddito di cittadinanza anche prima dell’emergenza sanitaria. La base di partenza è un lento ma costante aumento degli occupati nell’area metropolitana negli ultimi trent’anni, e processi che hanno completato la metamorfosi già in corso da decenni da “motore industriale“ a territorio vocato al terziario.

Nel 1991 la provincia di Milano contava 183.436 imprese, che nel 2019 sono salite a 306.552. Trent’anni fa si contavano 1.483.841 addetti, che ora sono praticamente raddoppiati arrivando a quota 2.224.162. Un incremento che è un caso unico a livello nazionale. E, di pari passo, è mutata la distribuzione. Nel 1991 quasi la metà dei milanesi era impiegata nel comparto manifatturiero (43.3%). Il 31.3% lavorava nei servizi, il 20.6% nel commercio. Ora il 58.5% lavora nei servizi, e solo il 17.6% nella manifattura. "Il commercio – si legge nel rapporto - ha subito un decremento in esito, forse, al trasferimento dal commercio al minuto a quello all’ingrosso". Un mondo del lavoro che è cambiato, anche sull’onda della scelta di molte aziende manifatturiere di esternalizzare attività in precedenza gestite con personale interno, dalle mense a pulizie, trasporti e logistica. In trent’anni, quindi, "più di un milione di posizioni lavorative hanno cambiato settore". Uno spartiacque è stato anche la crisi economica di dieci anni fa. Fra il 2008 e il 2017, a Milano sono stati licenziati per motivi economici più di 100mila lavoratori: "Quasi la metà poteva contare sulle tutele dell’articolo 18 ma questo non ha impedito alle aziende di procedere nelle ristrutturazioni".

A questi vanno aggiunti i contratti a tempo determinato non rinnovati, gli apprendisti non stabilizzati, il lavoro somministrato cessato e così via. E in questo processo, negli ultimi 10 anni, si sono innestate riforme contenenti misure di sostegno all’occupazione come la legge Fornero, il Jobs Act e diverse leggi di stabilità che hanno introdotto incentivi e sgravi "spostando sensibilmente la destinazione di importanti risorse dai lavoratori alle imprese", fino al decreto dignità varato dagli allora alleati Lega e Movimento 5 Stelle. Nel 2015 è arrivata la più grande cascata di euro per le imprese – 1.402.993.593 euro – dai risultati però modesti, nonostante Expo che ha fatto da traino a una crescita costante dell’occupazione che si è scontata con l’emergenza coronavirus. "Gli incentivi hanno drogato il sistema – prosegue Verona – senza ottenere effetti positivi. Purtroppo ho l’impressione che il Governo voglia seguire la stessa strada, nonostante gli errori fatti in passato". La ricetta non è semplice e, presto o tardi, bisognerà confrontarsi con la fine degli ammortizzatori sociali. Per questo la partita si gioca sul filo del rasoio, per salvare un sistema che rischia di crollare.