ANNA GIORGI
Cronaca

Lasciò morire la figlioletta di stenti. Malore di Alessia Pifferi in carcere. E ora è sorvegliata a vista

Milano, la madre omicida: "Presto raggiungerò la mia Diana". La sua legale: "Non è lucida, dice frasi confuse". Prosegue l’inchiesta sulla manipolazione delle perizie, coinvolte l’avvocata e quattro psicologhe

Lasciò morire la figlioletta di stenti. Malore di Pifferi  in carcere. E ora è sorvegliata a vista

Lasciò morire la figlioletta di stenti. Malore di Pifferi in carcere. E ora è sorvegliata a vista

Milano – Il giorno dopo la condanna all’ergastolo in primo grado Alessia Pifferi, la mamma di 38 anni che ha lasciato morire di stenti la sua bimba di 18 mesi, è sorvegliata a vista nella cella della sezione femminile di San Vittore. La notte non è passata tranquilla: "Ha avuto un mancamento ripensando alla sua bambina, dice che vorrebbe raggiungerla", spiega la difesa, l’avvocatessa Alessia Pontenani. In mattinata si erano anche diffuse voci di un tentativo di suicidio, prontamente smentite dal garante dei detenuti, Francesco Maisto: "Nessun evento critico, la Pifferi è in una cella videosorvegliata e ci sono anche due guardie, quindi non le sarebbe stato possibile compiere alcun gesto di autolesionismo". Altre fonti interne al carcere parlano di uno "stato di agitazione della 38enne, il ricorso a calmanti, ma niente di più". La difesa, ieri mattina, al termine della visita in carcere ha riferito di aver trovato la Pifferi "non lucida, pronunciava frasi confuse, diceva di volersi spegnere".

Il nodo del processo

Ed è proprio sulla presunta incapacità di intendere e volere della mamma assassina, che si giocherà anche l’appello (come già tutto il processo di primo grado) già annunciato dalla Pontenani: "Chiederò la riapertura dell’istruttoria e anche una nuova perizia collegiale perché penso che non ci sia stato un clima sereno. Se non ci fosse stata l’inchiesta parallela forse la perizia avrebbe dato un esito diverso". Un processo, quello alla mamma che ha ucciso la figlia, dall’iter piuttosto travagliato.

L’inchiesta parallela

L’inchiesta parallela riguarda la stessa Pontenani e, per ora, quattro psicologhe del carcere di San Vittore. L’ipotesi della accusa, in questo secondo filone, è quella di "falso e favoreggiamento" e si basa sul presupposto che vi sia stata una "manipolazione" da parte delle professioniste per aiutare la 38enne a ottenere una perizia che ne dimostrasse verosimilmente un grave deficit cognitivo. Se fosse stata accolta dalla Corte questa tesi del vizio di mente, la Pifferi avrebbe potuto puntare su una condanna sensibilmente più bassa.

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La sentenza della Corte d’Assise

A oggi invece, l’ergastolo senza nemmeno le attenuanti generiche, deciso dalla Corte, presieduta dal giudice Ilio Mannucci Pacini dopo solo due ore di camera di consiglio, poggia sulla articolata perizia redatta dello psichiatra Elvezio Pirfo. Per l’Assise e la giuria popolare composta da tre uomini e tre donne Alessia Pifferi quel 14 luglio di due anni fa sapeva benissimo che, chiudendo la porta di casa per andare nella bergamasca da suo fidanzato, lasciava in casa da sola una bambina di 18 mesi senza mangiare e senza bere. E altrettanto lucidamente decise di non tornare nel monolocale di via Parea per sette lunghi giorni, nonostante con il fidanzato fosse rientrata a Milano.

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