MANUELA MARZIANI
Cronaca

La camicia diventata reliquia. Omaggio al giudice Livatino

Paolo Amico, all’ergastolo a Opera come uno degli esecutori dell’omicidio ha voluto raggiungere il carcere pavese per fermarsi davanti alla teca.

La camicia diventata reliquia. Omaggio al giudice Livatino

La camicia diventata reliquia. Omaggio al giudice Livatino

Abbottonata, piegata e ingrigita. La camicia che il giudice Rosario Livatino indossava la mattina del 21 settembre 1990 quando il commando della Stidda siciliana lo incontrò a bordo della sua auto sulla strada statale Agrigento-Caltanissetta, racconta più di quello che sembra. Chiusa in una teca con i bordi argentati è diventata una reliquia che fa riflettere su un’epoca della nostra storia e sul senso della giustizia. Accade a tutti, ma soprattutto a chi, guardando quella camicia non può evitare d’avere ancora lo sguardo del giudice ragazzino che implorava pietà ai suoi killer e invece è stato freddato. Uno di loro, Paolo Amico, condannato all’ergastolo perché tra gli esecutori materiali dell’omicidio ieri ha voluto fermarsi davanti alla reliquia. Lo ha fatto all’interno del carcere di Torre del Gallo che il detenuto ha chiesto di raggiungere da Opera dove si trova recluso. Ieri, infatti, la camicia che il giudice indossava è entrata in carcere nell’ambito di una serie di iniziative legate alla figura di Livatino, il primo magistrato dichiarato beato per il suo martirio, organizzate dal Centro di solidarietà Giò Bonomi, dall’Unione dei giuristi cattolici e da varie istituzioni cittadine. Sono stati proprio i promotori di Sub Tutela Dei, la mostra dedicata al Beato Livatino a chiedere che venisse esposta anche in carcere. E la direttrice di Torre del Gallo Stefania Mussio, che da marzo guida la struttura di Pavia con circa 670 detenuti e che 6 anni fa ha ricevuto un riconoscimento speciale del premio internazionale intitolato a Rosario Livatino, ha accolto la proposta con favore. Destini che si incrociano. Come quello di Paolo Amico che Stefania Mussio ha conosciuto a Voghera, dov’era recluso in regime di alta sicurezza quando è stata direttrice per un lungo periodo. "Lì - come ha raccontato la direttrice - è cominciato il suo percorso, incentrato sul lavoro come strumento principale di recupero e di rieducazione, che gli ha permesso in seguito di essere trasferito nel circuito della media sicurezza a Milano Opera".