La battaglia al Pirellone. Cappato e il fine vita:: "Non prevalgano le direttive dei partiti"

Consegnate le oltre 8mila firme raccolte per chiedere l’approvazione della proposta di legge in Consiglio regionale: "Il diritto esiste già adesso si tratta di stabilire tempi certi per rispondere a chi soffre".

La battaglia al Pirellone. Cappato e il fine vita:: "Non prevalgano le direttive dei partiti"

La battaglia al Pirellone. Cappato e il fine vita:: "Non prevalgano le direttive dei partiti"

Anastasio

"Non si tratta di affermare un diritto perché il diritto è già stato affermato dalla Corte Costituzionale nel 2019. E non si tratta nemmeno di decidere a chi spetti la responsabilità ultima della decisione né la procedura con la quale arrivare ad una decisione. Si tratta, invece, di definire tempi certi per poter beneficiare di tale diritto". Marco Cappato, tornato alle lotte per i diritti civili dopo l’ischemia avuta durante le feste di Natale, ha tenuto a sottolinearlo anche ieri, nel giorno in cui la causa per la quale si sta battendo ha varcato la soglia del Pirellone. Insieme a lui ci sono, fin dall’inizio, gli altri attivisti delle associazioni “Luca Coscioni“ (di cui Cappato è tesoriere) e “Soccorso Civile“ (di cui è rappresentante legale) nonché il Comitato “Liberi Subito“. Proprio al Pirellone è avvenuta la simbolica consegna delle 8.181 firme raccolte tra i lombardi per chiedere e ottenere che il Consiglio regionale approvi la proposta di legge sul fine vita. Una richiesta sulla quale dovrà esprimersi l’Ufficio di presidenza dell’Aula. "Oggi è un giorno di festa – ha dichiarato Cappato – ma siamo del tutto consapevoli delle difficoltà che incontreremo nel far approvare la nostra proposta di legge in Aula".

Un precedente c’è già: quello del Veneto a guida leghista, che ha respinto il provvedimento nonostante il sostegno espresso dal governatore Luca Zaia. Riparte da qui Cappato: "In Veneto il supporto del presidente della Regione non è bastato. Purtroppo hanno prevalso le logiche partitiche. La forza di Zaia, però, resta quella di essersi sintonizzato su un’opinione pubblica favorevole. Dai sondaggi condotti anche dalla stampa locale è emerso che l’80% dei veneti era ed è favorevole all’eutanasia legale. I loro elettori, gli elettori del centrodestra, sono d’accordo con noi, il consenso nei confronti questa proposta di legge, tra gli elettori di centrosinistra e quelli di centrodestra, è simile. L’ostacolo sta nelle rappresentanze partitiche. Spero che, su un tema come questo, i consiglieri lombardi non decidano secondo le direttive di partito. Ma se così sarà, la sfida è tutta in salita".

Le sorti della proposta di legge dipendono, però, anche da un altro aspetto, quello già menzionato: "È importante che in Lombardia, a differenza di quanto avvenuto in Veneto, si riesca ad uscire da un equivoco: in Consiglio regionale non si voterà sul diritto di una persona ad essere aiutata a morire perché questo diritto esiste già, è stato affermato nel 2019 da una sentenza della Corte Costituzionale, quella relativa al caso di Fabiano Antoniano o deejay Fabo. In questa sentenza si stabiliscono le condizioni alle quali si può beneficiare del suicidio assistito: essere maggiorenni, essere capaci di intendere e di volere, avere una patologia irreversibile che provochi sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili da chi ne ne soffre e, infine, essere tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale. La stessa sentenza stabilisce anche una procedura per la verifica della sussistenza di queste condizioni e, quindi, una responsabilità: afferma che l’accertamento compete alle strutture del servizio sanitario, previo parere del comitato etico competente nel territorio di residenza del paziente. Quello che manca e che chiediamo sia definitivamente stabilito con una legge regionale è la tempistica entro la quale il sistema sanitario, le Agenzie di Tutela della Salute e i comitati eticia devono provvedere a fare gli accertamenti e a dare l’autorizzazione al suicidio assistito. Questo oggi manca ed è inaccettabile che manchi: lo ha sancito anche il tribunale di Ancona in riferimento al caso di Federico Carboni".

Quella sul fine vita non è l’unica battaglia politica di Cappato, anche se così sembra per effetto dell’eco che hanno riscosso in questi anni le scelte, non proprio scontate, fatte sul tema: quella di accompagnare le persone in Svizzera perché potessero porre fine alle loro sofferenze, le autodenunce che ne sono conseguite, l’apertura di indagini penali. Il dato è oggettivo: Cappato rischia sulla propria pelle. "Oggi non accompagno più nessuno in Svizzera, lo fanno gli attivisti di Soccorso Civile e dell’Associazione Luca Coscioni. Perché questa, in assenza di tempi certi, è un’azione di disobbedienza civile collettiva. E spero che possa poi diventare di massa".

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