Roberto Jonghi Lavarini nella foto pubblicata sul suo profilo Instagram con Giorgia Meloni
Roberto Jonghi Lavarini nella foto pubblicata sul suo profilo Instagram con Giorgia Meloni

Milano - La notizia dell’indagine che lo riguarda è di oggi, ma Roberto Jonghi Lavarini, il “Barone nero”, come è conosciuto da tempo a Milano, è sulla scena politica dagli anni ‘90. Una vita improntata alla coerenza, la sua: sempre sul fronte estremo della destra. Movimentismo radicale, apprezzamenti mai rinnegati per il fascismo, apparizioni nei programmi politici delle tv locali. Jonghi Lavarini fa dentro e fuori fra la destra istituzionalizzata dei partiti e la galassia delle formazioni più arrabbiate, che a Milano vanno dai bonehead (gli skinhead che, tradendo le radici antirazziste del movimento, flirtano con il nazismo) di Lealtà e Azione ai tradizionalisti cattolici. Ambisce a rappresentare il punto di riferimento per i nostalgici di Mussolini ma si candida anche a fare da collante fra quest’area spesso litigiosa e i partiti della destra sovranista, Fratelli d’Italia e Lega. 

Del resto, è stato proprio lui ad affermarlo a chiare lettere nel suo profilo Instagram qualche giorno fa, pubblicando sue foto abbracciato alla leader degli ex An Giorgia Meloni e al segretario leghista Matteo Salvini. “Nessuno si azzardi a dire di non conoscermi – questo il succo del suo ragionamento – Perché il 5% dei voti della destra estrema servono per vincere le elezioni”

Il curriculum politico

Classe 1972, laurea in Scienze politiche alla Statale, occhiali con montatura spessa da “nerd” e sorriso pacioso, Jonghi Lavarini sul suo sito internet si presenta, fra l’altro, come “Cristiano fedele alla Tradizione”, “Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro”, “Volontario del Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di Malta” (le maiuscole sono tutte sue). Sempre sul suo profilo si dice “coerente militante della destra sociale e identitaria”, nonché “per dodici anni consigliere e presidente di zona a Milano”. A leggere queste note, effettivamente, riesce difficile che gli altri politici milanesi, dell’uno e dell’altro schieramento, possano bollarlo come un estraneo. 

Il Barone Nero oggi – lo ha detto la Meloni, lo hanno confermato i suoi colonnelli – non è iscritto a Fratelli d’Italia, essendo stato in precedenza espulso dall’allora Alleanza nazionale, il partito erede dell’Msi che a Milano è feudo di Ignazio La Russa. Un battitore libero, quindi, con la sua associazione Aristocrazia Europea? Oggi, forse. Anche se l’inchiesta di  Fanpage rivela una sua vicinanza ai dirigenti milanesi di Fratelli d’Italia. In passato, invece, Jonghi Lavarini ha indossato le casacche di numerose formazioni della destra post-fascista o neofascista. E’ stato in An, partito da cui è stato espulso, come abbiamo ricordato. Quando? Dopo che venne fuori la vicenda di un matrimonio civile da lui celebrato come delegato del sindaco in cui sarebbero state lette frasi di Mussolini (circostanza confermata dal Barone Nero) e sfoderati saluti romani (episodio smentito solo a metà da Jonghi Lavarini). Da An è migrato nell’Msi e poi nella Fiamma tricolore, gruppi che – come decine di altri – rivendicano l’eredità del partito guidato prima da Giorgio Almirante e poi da Gianfranco Fini, prima della svolta di Fiuggi. 

La condanna e le polemiche

Nel giugno 2020 Jonghi Lavarini è stato condannato in primo grado con l’accusa di apologia del fascismo. Il tribunale gli ha contestato una serie di dichiarazioni fatte durante una trasmissione in tv. Allora il Barone Nero definì il fascismo “un grande periodo di civiltà, di benessere, di modernizzazione, di riforme economiche sociali e di grandi infrastrutture”. Non solo. Si spinse a dire che i politici mandati al confino “andavano in bellissime isole a respirare aria buona” e che “lunico errore vero di Mussolini” era stato quello di essere “stato troppo buono”. Ciliegina sulla torta confessò di aver insegnato alle figlie il saluto romano perché “solare, bello e igienico” e parlò dell’olio di ricino come di un “digestivo”.

Altro giro, altra polemica. Nel 1997 suscitò scalpore la notizia che all’interno del suo ufficio di presidente di Zona 3 a Milano fosse esposta una foto di Benito Mussolini. “E’ uno scatto di un calendario storico”, si difese lui, prima della successiva bufera sul matrimonio fascista che portò alla sua espulsione da An e al successivo ingresso nella Fiamma di Pino Rauti, eminenza nera del neofascismo italiano (e fondatore di Ordine Nuovo, movimento sciolto per decreto nel 1973).

Una ventina d’anni in bacino di carenaggio, con un’instancabile attività di raccordo fra le varie anime dell’estrema destra milanese. Poi il ritorno “a rivedere le stelle” con la candidatura nelle liste di Fratelli d’Italia alle Politiche del 2018, da responsabile del movimento Fare Fronte. Senza, però, venire eletto.