Attilio Fontana
Attilio Fontana

Milano, 5 agosto 2020 - Ieri mattina, nell’affaire camici e finte donazioni, è stato il turno dell’avvocato Giuseppe Iannacone, principe del foro che difende Andrea Dini, amministratore delegato di Dama spa, e cognato del governatore. Fontana e Dini sono indagati -ricordiamo - per il caso dei 75 mila camici e 7 mila set sanitari commissionati dalla centrale acquisti regionale alla società Dama con un contratto di fornitura poi trasformato in donazione. L’avvocato Iannacone ha trascorso un’oretta circa nello studio dell’aggiunto Maurizio Romanelli, un incontro infomale, sul quale l’aggiunto non ha voluto confermare le indiscrezioni, che parlano di una ipotesi di donazione, stavolta vera, dei camici e quindi del loro eventuale dissequestro nelle prossime settimane.

Troppo presto per parlare di accordi e di futuri, eventuali, patteggimenti, per ora si procede con gli ultimi accertamenti tecnici sui telefoni prima della sospensione estiva. Se Fontana sarà sentito eventualmente a settembre, anche Dini potrebbe seguire le stesse scelte del cognato. I magistrati hanno bisogno di avere le relazioni finali sugli accertamenti tecnici nei telefoni. Sono partite proprio ieri le operazioni per la copia forense di chat, messaggi, mail, telefonate e materiale documentale contenuto nel cellulare sequestrato a Dini.

I magistrati titolari dell’inchiesta hanno conferito a un tecnico informatico della Gdf l’incarico per l’estrapolazione di dati e file contenuti nello smartphone di Dini. I risultati potrebbero essere molto utili per dare una direzione alle indagini. Alle operazioni hanno partecipato anche i consulenti di parte della difesa Dini e quelli nominati dai legali degli altri indagati: il presidente Fontana, l’ex direttore generale di Aria Filippo Bongiovanni e la funzionaria a capo dell’ufficio gare della centrale acquisti lombarda. Solo dopo il cellulare potrà essere dissequestrato e riconsegnato al cognato di Fontana. La speranza degli inquirenti milanesi è quella di rintracciare le conversazioni telefoniche, chat e messaggi scambiati tra Dini e Fontana nel periodo precedente all’ipotesi della donazione dei camici.

Queste conversazioni, qualora confermassero o smentissero l’ipotesi di un accordo preordinato assumerebbero una notevole rilevanza investigativa perché consentirebbero di ricostruire tutti i passaggi della vicenda. Stando a quanto finora ricostruito dai pm Paolo Filippini, Luigi Furno e Carlo Scalas, il contratto da 513 mila euro ottenuto il 16 aprile da Dama per la fornitura in affidamento diretto di 75 mila camici fu trasformato in donazione il 20 maggio su input dello stesso governatore Fontana, che avrebbe saputo della fornitura commissionata all’azienda del cognato (e partecipata anche da sua moglie Roberta Dini) non prima del 12 maggio. Così sarebbe intervenuto in prima persona tentando di evitare quanto poi è successo.