Operai al lavoro nell’impianto siderurgico ex Ilva di Taranto
Operai al lavoro nell’impianto siderurgico ex Ilva di Taranto
Nella gestione dell’Ilva di Taranto da parte della famiglia Riva, tra il ‘95 e il 2012, la società investì "in materia di ambiente" per "oltre un miliardo di euro" e "oltre tre miliardi di euro per l’ammodernamento e la costruzione di nuovi impianti" e non è avvenuto il "contestato depauperamento generale della struttura". Lo scriveva il giudice che, con rito abbreviato, ha assolto un anno e mezzo fa Fabio Riva, uno dei componenti della famiglia ex proprietaria del colosso siderurgico. Ieri quella sentenza è stata confermata...

Nella gestione dell’Ilva di Taranto da parte della famiglia Riva, tra il ‘95 e il 2012, la società investì "in materia di ambiente" per "oltre un miliardo di euro" e "oltre tre miliardi di euro per l’ammodernamento e la costruzione di nuovi impianti" e non è avvenuto il "contestato depauperamento generale della struttura". Lo scriveva il giudice che, con rito abbreviato, ha assolto un anno e mezzo fa Fabio Riva, uno dei componenti della famiglia ex proprietaria del colosso siderurgico. Ieri quella sentenza è stata confermata anche in appello, "perché il fatto non sussiste". Mentre la Procura di Milano, che in primo grado aveva chiesto una condanna ad oltre 5 anni per bancarotta per il crac della holding Riva Fire che controllava l’Ilva, aveva presentato ricorso, ieri il sostituto pg Celestina Gravina non l’ha coltivato, chiedendo invece la conferma dell’assoluzione, così ovviamente come i legali di Riva, gli avvocati Salvatore Scuto e Gian Paolo Del Sasso. Se i soldi trovati "nei trust della famiglia Riva, alimentati con le risorse sottratte al gruppo", avevano scritto nel ricorso i pm Civardi e Clerici, fossero stati investiti "quantomeno in parte nell’adeguamento degli impianti alle crescenti esigenze di tutela ambientale, anziché andare ad impinguare le tasche dei Riva in modo occulto, la società non sarebbe incorsa nelle note vicissitudini amministrative e giudiziarie" connesse "alla crisi del gruppo". Il giudice Lidia Castellucci, invece, non aveva ravvisato "quegli ‘indici di fraudolenzà necessari a dar corpo" alla "messa in pericolo dell’integrità del patrimonio", ma per il gup c’era anzi un "progetto di rilancio".

Verdetto confermato dai giudici della seconda sezione d’appello (Piffer-Gamacchio-Rinaldi). "La Corte d’appello - ha spiegato l’avvocato Scuto - ha confermato una sentenza giusta sia perché risponde in maniera rigorosa a tutti i criteri ermeneutici di un caso complesso, sia perché rispetta la verità storica". Fabio Riva e la sua famiglia, ha aggiunto, "non sono dei bancarottieri, hanno svolto un ruolo importante e creato ricchezza e la sentenza riconosce questo ruolo e individua le cause del dissesto non nella gestione dei Riva". Ex Ilva in cui, poi, è entrato il gruppo franco-indiano ArcelorMittal. Nell’ottobre 2017 Fabio Riva e il fratello Nicola Riva si erano visti respingere dall’allora gup Chiara Valori la richiesta di patteggiamento (rispettivamente a 5 e a 2 anni), concordata con la Procura, nell’ambito dell’inchiesta sulla bancarotta, perché la pena era stata ritenuta "incongrua". Nel 2018, poi, Nicola Riva aveva patteggiato 3 anni, mentre Fabio Riva ha scelto l’abbreviato e oggi per lui si è chiuso il secondo grado.