Il professore della Statale: "Purtroppo non si insegna più la complessità del mondo"

Le proteste pro-Gaza arrivano anche a Milano, con studenti che chiedono la sospensione degli accordi con università israeliane. Docente critica semplificazioni e invita a valutare con attenzione la complessità del conflitto.

Il professore della Statale: "Purtroppo non si insegna più la complessità del mondo"

Il professore della Statale: "Purtroppo non si insegna più la complessità del mondo"

"Non esiste un corso universitario che insegni la complessità. Che insegni ad andare oltre a uno schematismo manicheo. Bisognerebbe ripartire da qui". Piero Graglia è docente di Storia delle Relazioni internazionali all’Università Statale di Milano.

Professore, le tende pro-Gaza picchettate davanti agli atenei statunitensi sono arrivate a Milano: prima alla Statale, ora al Politecnico. C’era da aspettarselo?

"Le università sono sempre state molto sensibili ai temi politici, ancora di più di quanto lo siano rispetto a temi che le riguardano più da vicino, penso al diritto allo studio. Non stupisce quindi l’attenzione data alle questioni internazionali in generale e al conflitto israelo-palestinese in particolare. Forse sorprende che queste mobilitazioni seguano il trend dell’opinione pubblica e del mainstream".

Ci sono differenze tra le “acampade“ americane e le proteste italiane?

"Negli Stati Uniti la protesta è portata avanti soprattutto da seconde e terze generazioni di palestinesi contro la politica di Netanyahu, non è pro Hamas, anche per solidarietà alla questione femminile. In Italia, a fronte di più studenti sensibili al tema, c’è uno scarso coinvolgimento del corpo docenti, a parte professori sensibili. Il focus comune è l’abolizione di tutti gli accordi con le università israeliane, ma va data una lettura corretta".

In che senso?

"Bisogna cercare di fare un po’ d’ordine: alla Normale di Pisa e in altre sedi non sono stati sospesi tutti gli accordi con le università israeliane, ma un bando nel Ministero che proponeva possibili collaborazioni future. Quelle in essere sono rimaste attive, non c’è stato un fuggi fuggi come è stato ripreso anche da alcuni media. Gli studenti in tenda chiedono siano sospese tutte le attività. Vanno fatti dei distinguo anche se nella ricerca il tema del dual use è in effetti vastissimo e riguarda ogni applicazione. Pensiamo banalmente al nostro telefono o al Gps, che arrivano da scopi militari".

La Statale ha attivato una commissione ad hoc, non solo per vagliare gli accordi con Israele ma anche con altri Paesi in guerra e dove i diritti sono violati. Cosa ne pensa?

"Bisogna analizzare gli accordi in essere, uno ad uno. Con Ariel, in Cisgiordania, per esempio, erano stati già interrotti. E credo sia stato giusto: non era un’università riconosciuta ma un “trucco governativo“, uno strumento politico".

Sotto la lente ora c’è la Reichman.

"Giusto analizzare i progetti aperti con questo ateneo con strumenti critici, per capire il supporto che dà alla ricerca militare. Ma non ci sono solo queste due. Che fare con tutte le altre? Non credo siano tutte covi filo-governativi. Come anche gli studenti che adesso protestano non sono tutti filo-Hamas come si dice".

Ci sono tifoserie?

"Il tifo da stadio è nemico di qualsiasi comprensione: compito degli studenti è studiare, capire, non arrendersi a questa contrapposizione perché ci sono voci di dissenso all’interno di entrambe le parti. Protestare, fare sentire il proprio dissenso, è sempre legittimo. Però se le università hanno questa capacità di mobilitarsi a favore di cause legate ai diritti umani e all’autodeterminazione dei popoli, non si capisce perché debba essere negato che anche le università israeliane possano essere luogo di dissenso".

Si rischia un cortocircuito?

"Sì, la società israeliana, e non sto parlando delle terre occupate, è molto varia, si discute molto: c’è chi appoggia la politica di Netanyahu, chi chiede una politica di pacificazione, c’è la voce di “Haaretz”, il giornale che non è allineato al regime. E anche nelle università il dissenso c’è: possono essere collettore di pensiero critico. Credo possa esserci una svolta in queste proteste se invece di appiattirsi sulla contrapposizione si sostenga il dissenso nelle università israeliane".

Ieri nel corteo che ha portato le tende al Politecnico c’erano voci molto diverse: c’è chi prende le distanze e chi sposa la politica di Hamas, come leva di cambiamento, anche nel movimento studentesco.

"Anche la storia di Hamas è complessa: in origine era un movimento di mutuo soccorso per l’assistenza alla popolazione nei territori occupati di Gaza e poi all’interno è nata un’ala militante e radicalizzata. Anche in questo caso attenzione al rischio di cortocircuiti: non credo che studenti e studentesse accettino a scatola chiusa tutti i valori, celebrando la lotta armata. Un conto è chiedere la libertà di un popolo, un altro è pensare che sia un modello di libertà per costruire un mondo nuovo rispetto ai valori universali ai quali teniamo come europei. Torniamo a studiare le sfumature, la complessità: se si trasforma tutto in dibattito da tifoseria è pericoloso".

Simona Ballatore

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