Vincenzo Rapisarda all'ospedale africano di Saint Jean de Dieu
Vincenzo Rapisarda all'ospedale africano di Saint Jean de Dieu

Milano 22 gennaio 2019 - Corpi e volti devastati dal fuoco, dall’acqua bollente, dall’elettricità. Ma anche sfigurati dall’acido, da un male che nasconde solo il seme della follia. Se ne è occupato Vincenzo Rapisarda, 72 anni, per 16 anni (fino al 2016) direttore di Chirurgia plastica e del Centro grandi ustionati all’ospedale Niguarda. Oggi, in pensione, è specialista alla Casa di Cura Columbus. Nella sua vita professionale, tante vicende umane cariche di dolore: ogni anno curava 60 bambini vittime di incidenti domestici, ed è stato lui a seguire il sopravvissuto del tragico incidente di Linate nel 2001, alcuni dei feriti dello scoppio alla Eureco di Paderno Dugnano nel 2010. E ancora i casi di Pietro Barbini e Stefano Savi, sfregiati al viso nel 2014, per il delirio criminale della “coppia dell’acido”, Martina Levato e Alexander Boettcher.

Proprio dall'incontro con il padre di Pietro, Gherardo Barbini, è arrivato un nuovo impulso per la onlus che Rapisarda aveva fondato nel 2009, dopo una missione umanitaria in Benin. Lì nel 2006 un disastroso incendio investì 120 persone, provocando morti e ustioni terribili. Da allora Almaust (Associazione lombarda per la malattia da ustione) aiuta ad accedere alle terapie più avanzate quegli ustionati gravi, anche dall’estero, che altrimenti non avrebbero le possibilità economiche per farlo. «Grazie all’aiuto di Gherardo Barbini e della società civile presto inaugureremo la laserterapia al Niguarda. Sarà la prima struttura ospedaliera pubblica in Lombardia a dotarsi di questa terapia avanzatissima», la soddisfazione di Rapisarda.

Come è nato il suo incontro con Gherardo Barbini?
«Pietro Barbini e Stefano Savi erano entrambi pazienti al Niguarda. Per loro, che hanno subito circa trenta interventi chirurgici, abbiamo cercato di fare il possibile da un punto di vista medico e umano. Un giorno di tre anni fa il padre di Barbini si presentò nel mio studio, raccontandomi che la sua vicenda lo aveva reso consapevole delle tante risorse necessarie per i grandi ustionati. Dopo la fase acuta, non tutti i trattamenti sono coperti dal Servizio sanitario nazionale; in particolare la laserterapia che non è presente in nessun ospedale della Lombardia mentre è diffusa negli Stati Uniti dove Barbini aveva fatto curare il figlio. Mi disse: “Io ho avuto la fortuna di potergli garantire l’accesso a questa terapia. Mi piacerebbe fare qualcosa per gli altri”. Gli ho raccontato della mia onlus e lui decise di entrarci assieme alla famiglia Savi. Con una serie di eventi siamo riusciti a recuperare 120mila euro per acquistare due apparecchiature laser, destinate al Niguarda e al suo Centro per i grandi ustionati».

Perché è così importante questa terapia?
«Le cicatrici da ustioni sono molto profonde e non sono solo deturpanti da un punto di vista estetico. Sono dure, dolenti e soprattutto retraenti. Noi le definiamo patologiche perché provocano dei danni di tipo funzionale: vicino alla bocca possono comportare difficoltà a muoverla, nei pressi dell’articolazione possono impedire di estendere un braccio. La laserterapia non è in grado di cancellare del tutto le cicatrici ma le può modellare. Per fortuna adesso questa terapia, per le cicatrici più gravi, rientra nei livelli essenziali di assistenza. Speriamo di poterla attivare già da quest’anno. Al nostro fianco c’è anche Matteo Tretti Clementoni, chirurgo plastico e autorità internazionale della laserterapia, che offrirà gratuitamente il suo supporto».