Giovanna Iannantuoni, prima donna alla guida dei rettori: “Il modello Bicocca? Campus ibrido e ricerca, siamo un laboratorio”

La rettrice dell’ateneo milanese: "La strada per la parità è ancora lunga: da soli non si cambia". Intanto s’impone il mix tra presenza e remoto. "Ma dimenticate la Dad"

Neolaureati in Bicocca. Nel riquadro, la rettrice Giovanna Iannantuoni
Neolaureati in Bicocca. Nel riquadro, la rettrice Giovanna Iannantuoni

Milano – “Il 2024 sarà l’anno in cui vedremo concretizzarsi quanto abbiamo disegnato in anni difficili, a partire da un progetto: svilupperemo uno Smart Campus". Giovanna Iannantuoni, rettrice di Milano-Bicocca e presidente della Conferenza dei rettori italiani, inquadra sfide e priorità.

Prima rivoluzione in agenda?

"Al centro c’è un concetto: l’interattività tra docente e discente, indipendentemente dal mezzo usato per l’erogazione delle lezioni. Stiamo investendo sullo “Smart Campus“: scardiniamo la logica della didattica in presenza da una parte e da remoto dall’altra, mirando alla crescita dell’autonomia e del pensiero critico dello studente. Un obiettivo in cui credo da docente, da rettore e presidente Crui e da mamma: l’autonomia è lo strumento più importante che possiamo dare ai nostri studenti".

Come?

"Creando un ecosistema educativo ibrido e flessibile, con conoscenze trasversali ai corsi e ambienti di apprendimento digitali. Questo grazie a investimenti resi possibili anche col Pnrr. Ci sono già sperimentazioni nelle aree economiche e giuridiche e laboratori virtuali: si entra nel cloud e si accede a strumenti, materiali e software che funzionano da remoto, forniti dall’ateneo. Abbiamo due anni per completare il progetto. Entriamo nella logica dell’anytime anywhere learning: puoi connetterti al tuo ateneo sempre e ovunque".

Non si rischia di sminuire il valore della presenza?

"No, perché l’esperienza fisica è irrinunciabile e va al di là della didattica specifica del corso. L’incontro tra pari e con i docenti è un’esperienza unica, l’ateneo si vive. Ma scardiniamo un vecchio modo di fare didattica, indipendentemente dalla quantità di ore in remoto o in presenza. Ci sono regole ministeriali ma all’interno di queste offriamo un’esperienza ibrida e flessibile, più nelle corde dei ragazzi. Siamo pronti a questo passo".

Dimentichiamoci la Dad, la didattica a distanza, insomma.

"Sì. Non c’entra nulla".

Ma facciamo i conti con le università telematiche...

"Ci stiamo interrogando a livello nazionale su come gli atenei possano rispondere a questa offerta di formazione da remoto che sta diventando massiccia, ma che non è così innovativa, secondo me. Bisogna legare le tecnologie alla qualità della didattica, che ha come base la ricerca. Non entriamo in competizione nel campo delle telematiche, cerchiamo semmai di portare loro sul nostro".

Si punta anche ad attirare studenti lavoratori?

"L’ibridazione può aiutare anche loro. Abbiamo già diversi percorsi attivi, apriremo un corso a settembre in Economia aziendale e management in parte in remoto e in parte in presenza, in orari serali. Fondamentale per una città come Milano".

B icocca sta diventando un laboratorio per la regione?

"Sì, penso al tema sostenibilità. Il centro di ricerca Musa è uno dei polmoni, e un esempio di come si possa lavorare insieme, tra università e imprese per il territorio e a livello internazionale. Nel 2024 termineremo piazza della Scienza, in cui si unisce l’abbellimento urbanistico al verde e a uno studio serio sulle acque piovane. E nascerà un laboratorio su energia e pannelli fotovoltaici aperto ai cittadini".

Resta il nodo caro-affitti.

"Le operazioni in corso ci porteranno ad avere qualche centinaio di stanze in più. Abbiamo stabilito ottimi rapporti con i Comuni limitrofi e con Campus X per posti a tariffe sostenibili e siamo al lavoro col Demanio per spazi ai fini della costruzione o riconversione a residenze universitarie, anche a Monza. Il movimento delle tende partito da Milano ha avuto dei risultati. Ovvio che paghiamo 30 anni di mancanza di investimenti sul tema".

Priorità del presidente Crui?

"Rendere il sistema universitario leader culturale e scientifico del Paese. In questi anni si sono persi questa capacità e il riconoscimento di ruolo. Lo possiamo fare innovando la didattica, lavorando col sistema privato per avere impatto tecnologico, facendo conoscere quello che accade negli atenei ai cittadini. La conoscenza dà libertà".

Lei è la prima presidente donna della Crui.

"E in un Paese con più di 100 femminicidi nel 2023... quanta strada dobbiamo fare per il rispetto reciproco e contro la violenza di genere. Ricordo la nostra studentessa Sofia, uccisa questa estate per mano dell’ex fidanzato. Noi atenei organizziamo tante attività, ma dobbiamo spingere di più. Da soli non può cambiare nulla, insieme sì".

All’ordine del giorno un altro tema: risolvere l’ultimo “pasticcio“ dei test di Medicina.

"Non dobbiamo mai rinunciare alla qualità dell’offerta formativa e del Servizio sanitario nazionale: questo obiettivo comporta una selezione all’ingresso, collegata al fabbisogno nazionale. La Crui farà una proposta di cambiamento a partire dal ’25, un gruppo di lavoro se ne sta già occupando. Intanto cercheremo di migliorare il test Tolc".

Altra questione delicata: reclutamento. Lei cosa ne pensa?

"Servirebbe una selezione legata ai risultati più che concorsi: le università dovrebbero essere responsabili del proprio reclutamento. Parliamone. E parliamo di come alleggerire la burocrazia e legare la valutazione e la premialità a quello che fanno gli atenei in un sistema che è tra i meno finanziati nei Paesi Ocse".

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