Milano, la borseggiatrice del metrò restituisce lo smartphone rubato a un passeggero. Il giudice: "Si è pentita, niente carcere”

Processo per direttissima. La ladra di origine romena sorpresa con due complici dopo un raid sui vagoni della linea gialla M3, fermata Repubblica. “Condotta riparatoria, reato estinto"

L'intervento della polizia in metropolitana
L'intervento della polizia in metropolitana

Lo smartphone è stato riconsegnato al passeggero della metropolitana vittima del furto e, così, la borseggiatrice ha evitato la condanna. Il reato è stato dichiarato "estinto a seguito di condotte riparatorie", cioè la restituzione del telefono cellulare poco dopo l’episodio: per questo il giudice ha pronunciato una sentenza di non doversi procedere nei confronti dell’imputata, originaria della Romania. Altri due borseggiatori che avrebbero agito con lei, anche loro stranieri, hanno incassato invece una condanna: due anni di reclusione, oltre a 300 euro di multa da pagare.

La sentenza è stata emessa al termine del processo per direttissima a Milano con al centro il furto avvenuto lo scorso ottobre. Uno dei tanti borseggi che hanno come teatro i mezzi pubblici milanesi, ai danni di passeggeri presi di mira da ladri che si muovono da soli o in gruppo in cerca di portafogli, smartphone o altri oggetti di valore. In questo caso hanno agito sulla linea gialla, all’altezza della stazione Repubblica.

I tre, due uomini e una donna, già noti per episodi simili, sono stati ripresi dalle telecamere e bloccati dalle forze dell’ordine subito dopo il furto. Durante il controllo la donna è risultata in possesso dello smartphone, che poi ha restituito alla vittima. Per tutti è scattato quindi l’arresto, seguito dalla misura cautelare dell’obbligo di firma emessa dal giudice, che ha consentito quindi di evitare il carcere o i domiciliari. Il processo, tra rinvii delle udienze, si è trascinato fino a ieri, quando è stata emessa la sentenza. I due uomini sono stati dichiarati "colpevoli" e, escludendo le aggravanti, condannati a due anni di reclusione e 300 euro di multa.

La donna, presente in aula, se l’è cavata invece con una sentenza di "non doversi procedere" perché "il reato è estinto per condotte riparatorie". Un beneficio concesso a favore di chi ripari le conseguenze negative delle proprie azioni, in questo caso restituendo il telefono cellulare. Un giro di vite anti-borseggiatrici, con la possibilità di trattenere donne incinte o con figli fino a un anno di età in istituti penitenziari a custodia attenuata per madri, era finito al centro del “pacchetto sicurezza“ approvato lo scorso novembre dal Governo Meloni. La modifica degli articoli 146 e 147 del codice penale non è ancora arrivata in Parlamento ma, se approvata, permetterebbe ai giudici di ricorrere agli Istituti a custodia attenuata per madri (Icam), cioè strutture penitenziarie in cui i genitori possono tenere con sé i figli fino ai sei anni, prorogabili a dieci.

Questa opzione è già prevista per le madri condannate con figli che hanno da un anno e un giorno a tre anni e anche per chi si trova in fase cautelare. Un cavallo di battaglia della Lega, per colpire le "borseggiatrici che approfittano della gravidanza per evitare il carcere", mentre il controverso provvedimento è finito al centro delle proteste di associazioni e movimenti. "Potrebbe avere una funzione deterrente – spiega l’avvocato Alessandro Continiello, consulente della commissione parlamentare Antimafia e vicepresidente dell’Unione Nazionale Vittime (Unavi) – anche se bisognerà valutarne nel concreto l’efficacia. La funzione è anche di ammonimento nei confronti di donne che possono sfruttare il loro stato come esimente per poter commettere un reato".

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