Fare la fine del Prina: una brutta fine

Il ministro delle finanze Giuseppe Prina fu brutalmente linciato a Milano nel 1814 per le tasse imposte durante il Regno napoleonico. Un episodio di violenza e vergogna che lo rese un simbolo di una fine tragica.

Negri

La fin del Prina. Ce l’avevano con lui perché, a conti fatti e disfatti, aveva congegnato nuove tasse per gente che già moriva di fame. L’effimero Regno d’Italia napoleonico aveva le casse semivuote: le guerre del grande capo in giro per l’Europa costavano assai. Così anche Milano doveva dare il suo contributo alla voce principale della nota spese dell’Imperatore. Ma il conte Giuseppe Prina da Novara, ministro delle finanze del regno, non era una sadica mignatta. Era un tecnico onesto, nessun tornaconto personale. Padroneggiava la materia facendo altrettanto bene il suo lavoro. Che le circostanze avevano reso spietato, di una necessità senza virtù. L’odio verso il Prina assumeva di giorno in giorno, tra i milanesi, toni sempre più acuti. Il ministro era diventato, nell’opinione popolare e nei piani degli austriacanti che volevano il ritorno sotto Vienna, un vampiro insaziabile. Già a qualche cantone erano affissi cartelli in rima minacciosa: “Prina! Prina! Il giorno si avvicina”. Così, quando Bonaparte abdicò, 11 aprile 1814, gli eventi precipitarono anche da noi. Il 20 aprile, sotto un cielo umido di pioggia, una folla inferocita e armata più che altro di ombrelli assaltò il senato milanese. Altri si spinsero a Palazzo Marino, sede del ministero delle Finanze: cercavano il vampiro. Ma il vampiro non era lì. La caccia all’uomo proseguì a casa Prina. Un’orda furiosa mise a soqquadro Palazzo Sannazzari: secondo diceria popolare dovevano esserci sacchi e sacchi di denaro rubato ai milanesi. Non trovarono nulla. Però trovarono lui. Era nascosto in un armadio. Lo tirarono fuori, lo denudarono e lo gettarono da una finestra in pasto al grosso del tumulto. Un vinaio di Corsia del Giardino (via Manzoni) tentò coraggiosamente di salvarlo, invano. Nessun altro lo difese. Il martirio di Prina durerà quattro ore, i puntali di ferro degli ombrelli usati per ignobili crudeltà; il povero corpo ridotto a brani sanguinolenti, trascinato fino alla chiesa di San Tommaso in via Broletto. Un giorno di indelebile vergogna. Tra i vecchi modi di dire milanesi, “fare la fine del Prina” vuol dire proprio questo: fare una brutta fine. Poer Prina.

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