MARIO CONSANI
Cronaca

Esplosione piazzale Libia, tentato suicidio o incidente? Il barman Adam va a giudizio

Il bilocale al piano terra deflagrò per il gas nel settembre 2020. Per la Procura il giovane inquilino staccò il tubo perché voleva morire. Lui invece dà la colpa alla cucina

Pompieri nel palazzo dove l'esplosione distrusse 3 appartamenti in piazzale Libia
Pompieri nel palazzo dove l'esplosione distrusse 3 appartamenti in piazzale Libia

Milano – Di qua l’accusa della Procura, di là l’imputato che continua a negare. Sarà il processo a cercare la verità sull’esplosione di piazzale Libia, zona Porta Romana, avvenuta il 12 settembre di tre anni fa.

Per l’accusa, dubbi non ce ne sono: è stato l’inquilino a far saltare in aria l’appartamento staccando il gas perché voleva morire. Non ci riuscì perché un uomo che passava da quelle parti gli buttò addosso una coperta. E perché, pur con l’80 per cento del corpo devastato dalle ustioni, dopo mesi di coma e terapia intensiva, il ragazzo cominciò sorprendentemente a riprendersi, anche se ha perso l’uso delle mani e, in parte, delle gambe. A novembre Adam Serdiuchenko, barman 31enne di origini ucraine – infanzia difficile ma carriera in ascesa da sguattero a direttore di sala al Martini bistrot da Dolce&Gabbana in corso Venezia - sarà processato per incendio doloso.

Concluse a suo tempo le indagini, stando agli accertamenti condotti dai vigili del fuoco e dai consulenti tecnici della procura non ci sarebbero dubbi sul fatto che il distacco del tubo sia stato un gesto volontario. Ma cosa sia successo quel giorno nel bilocale al piano terra di piazzale Libia, quando una fragorosa esplosione alle 7.15 squarciò il silenzio di un sabato mattina come tanti, ancora non è stato chiarito con certezza. "Passavo col mio furgone e ho sentito l’esplosione. Mi sono precipitato dentro e quando ho visto il ragazzo sono tornato al mio furgone, ho preso una grossa coperta dal retro, l’ho bagnata, mi sono avvolto in un’altra esono rientrato”, spiegò Aly, l’egiziano che per primo soccorse Adam. ”Ho tolto i vestiti al ragazzo, era tutto bruciato. Ho avvolto il ferito, sono uscito a chiedere aiuto e assieme a un’altra persona lo abbiamo portato fuori”.

Il pm Mauro Clerici, anche considerato che l’esplosione non provocò né morti né altri feriti, ha contestato al ragazzo non l’ipotesi di strage ma quella meno grave di incendio doloso. Tra le ragioni che fecero subito pensare al suicidio, il giovane aveva interrotto da poco una burrascosa convivenza con il suo compagno. Ma da quando uscì dalla terapia intensiva e ha ripreso in qualche modo a farsi capire, Adam ripete che al suicidio non aveva proprio mai pensato. E al suo avvocato Francesco Isolabella ha spiegato che la cucina da un po’ di tempo mandava odore di gas, tanto che non la usava quasi mai. Per fortuna a parte lui nessun altro inquilino ebbe danni fisici dallo scoppio. Nella consulenza tecnica che il legale del giovane ha depositato dopo la perizia disposta dal gip Sonia Mancini, si sollevano dubbi che sono stati discussi tra i due esperti davanti al giudice che, alla fine, ha disposto il rinvio a giudizio di Adam.

Per il perito tutto porta a ritenere, nella dinamica dei fatti e nelle tracce rinvenute (in particolare il tubo del gas staccato di netto) che il giovane abbia voluto morire in quel modo. Secondo il legale, invece, già l’essere riuscito a riprendersi da ustioni tanto gravi è così raro che implicherebbe nel barman una voglia di vivere non comprensibile per chi avesse deciso di togliersi la vita.  E anche l’insistenza di Serdiuchenko nel negare il tentativo di suicidio davanti a chiunque gliel’abbia chiesto - avvocato, pm, giudice - non avrebbe molto senso.

Quanto alla dinamica ricostruita dall’accusa, non si capirebbe come mai, stando al consulente tecnico della difesa, il tubo sia stato trovato staccato di netto mentre la valvola del gas era chiusa. E perché poi, sempre in base alla ricostruzione, il giovane avrebbe dovuto preoccuparsi di chiuderla entrando in cucina al buio, appena sveglio, per poi andare in bagno e da lì provocare l’esplosione accendendo la luce. Fra l’altro - sostiene il tecnico della difesa - il tubo trovato staccato era piuttosto vecchio e l’operazione difficilmente sarebbe riuscita a mani nude, mentre potrebbe essere stata l’effetto di una esplosione. È sicuro, ad ogni buon conto, che Serdiuchenko sarà in aula, fra tre mesi, a ripetere davanti al giudice la sua verità.