MARIA RITA
Cronaca

Cuore di Mostro: l'eredità di solitudine e odio nei Turetta e Impagnatiello

Esplorazione delle radici dell'orrore umano nei cosiddetti 'mostri', tra solitudine, abbandono e ambiente familiare.

Esplorazione delle radici dell'orrore umano nei cosiddetti 'mostri', tra solitudine, abbandono e ambiente familiare.

Esplorazione delle radici dell'orrore umano nei cosiddetti 'mostri', tra solitudine, abbandono e ambiente familiare.

Nel 2002 ho pubblicato con Mondadori il libro “Cuore di Mostro” introducendo il tema con questa poesia che dopo ben 22 anni, ripropone l’esigenza di interrogarci su chi sono i Turetta e gli Impagnatiello. "Io ti racconto / perché tu comprenda / qual è il percorso / dell’orrore umano. Ovvero l’orrore delle persone che hanno fatto molto male agli altri e a se stessi".

Persone che hanno calunniato, perseguitato, violato, terrorizzato, menomato, ricattato e ucciso. Ho trovato nelle loro storie un minimo comune denominatore fatto di solitudine, abbandono, disperazione, rabbia, frustrazione, invidia, odio, paura. Tanto che una storia sembrava parlare per tutte le altre e, insieme, esse andavano a costituire la trama di un unico doloroso sudario.

Ho, così, assai spesso, individuato alle “radici” dell’inferno personale di questi cosiddetti “mostri”, il rifiuto fatto loro, fin dalla nascita, dai genitori o l’essere nati per l’altrui bisogno, - bisogno conscio o inconscio dei parenti- di avere qualcuno da asservire, dominare, utilizzare, strumentalizzare, sacrificare, distruggere. (“Qualcuno a cui restituire “l’offesa!”).

I cosiddetti “mostri” sono, dunque, persone alle quali è stato impossibile essere riconosciute ed amate nel Bene. Per loro, l’amore è stato “dannoso”, ha rappresentato solo una perversa forma di comunicazione, un equivoco al quale si sono malamente adattati fino a quando non hanno messo in atto l’estrema difesa: la risposta dell’odio all’angoscia di poter essere sopraffatti, umiliati, vinti.

Nei cosiddetti “mostri” ho riscontrato, poi, il peso rilevante dell’eredità genetica e dell’ambiente familiare, sociale, culturale nel quale sono cresciuti. Un ambiente che, interagendo, sin dall’inizio con il “bambino a rischio”, assai spesso, invece di contenerlo e guidarlo, ha soffocato le sue speranze, i suoi bisogni; ha giudicato e condannato le sue difficoltà; ha temuto le sue predisposizioni; ha ridicolizzato le sue incapacità. E, infine, ha inibito la sua creatività, ha spento la sua fiducia, ha castrato la sua possibilità di stabilire alleanze, amicizie, affetti sottraendogli, poi, anche gli strumenti di conoscenza e di indagine indispensabili alla sua crescita.