La storia di Cristian, l’attore trovato con 40 chili di cocaina: “Dopo 10 anni di carcere aiuto i detenuti a costruirsi un futuro”

Cristian Loor Loor fu arrestato a Linate nel 2012: durante la detenzione ha fondato la onlus Catena in Movimento: “Per farla crescere ho rinunciato ai permessi cui avevo diritto dal 2019. Ma ne è valsa la pena”

Cristian Loor Loor

Cristian Loor Loor

Milano – “Mi chiamavano ‘Quaranta chili’, perché quando sei in carcere conta quello che hai fatto, quello per cui sei dentro. Non conta niente chi sei o cosa sai fare". Per quei quaranta chili Cristian Loor Loor si è fatto dieci anni e due mesi di prigione. Prima San Vittore, poi Bollate. Erano quaranta chili di cocaina liquida nascosta dentro una valigia diplomatica scoperti dai doganieri all’aeroporto di Linate nel 2012. È entrato in carcere a 33 anni. Ne è uscito a 43. Ora “Quaranta chili” non esiste più. Al suo posto c’è Loor Loor, il presidente di Catena in Movimento onlus, un’associazione nata nel laboratorio di Bollate nel 2017 con lo scopo di dare ai carcerati la possibilità di non sprofondare, di progettare una vita fuori dalla cella. E pensare che Cristian, originario dell’Ecuador ma in Italia da vent’anni, nella sua vita prima del carcere era un attore e un regista. Si occupava di televisione e teatro.

Cosa è successo nel 2012?

"Eravamo di ritorno da una piccola tournée del nostro spettacolo teatrale organizzato con il supporto dell’ambasciata. Io ero il responsabile della compagnia. Dentro una valigia all’aeroporto hanno trovato quaranta chili di cocaina. Sono stato arrestato insieme ad altre cinque persone, due delle quali sono poi state uccise in Ecuador. È una storia molto più complicata di quello che sembra. Io comunque sono stato condannato a dodici anni di carcere. Un giorno ero su un palcoscenico, il giorno dopo ero in una cella".

Com’è stato l’impatto con il carcere?

"Durissimo. La prima volta che mia mamma è venuta a trovarmi a San Vittore non la dimenticherò mai. Il suo sguardo, i suoi occhi. Però non mi ha mai abbandonato, nonostante tutto. Poi c’è stata la prigione. I detenuti, e io non ho fatto eccezioni, attraversano tutti le stesse fasi: per i primi due anni quello che vivi non ti sembra reale, hai l’impressione che ti sveglierai e riprenderai la tua vita di prima. Poi arriva la fase in cui ti rendi conto che invece passerai anni rinchiuso, che quando uscirai sarai più vecchio, che il mondo sarà diverso. Io ho avuto la fortuna di incontrare delle persone, a iniziare dall’educatrice Simona Gallo, che mi hanno aiutato a non lasciarmi andare, a non rassegnarmi. Così dopo quegli anni è arrivato lo studio (Cristian ha ottenuto una laurea magistrale in Relazioni Internazionali all’Università Statale di Milano, ndr), il lavoro, Catena in Movimento e il laboratorio tessile".

Come mai proprio il laboratorio tessile?

"In carcere è difficile riuscire a utilizzare le tue competenze, le tue capacità. La scommessa di Catena in Movimento è anche quella di ridare questa dignità ai detenuti. Io sono cresciuto tra macchine da cucine e tessuti. Mia mamma era una stilista e produceva accessori di moda, mio papà era un tappezziere. Sono l’ultimo di cinque fratelli, loro si sono specializzati in ambiti particolari del settore, io ho imparato tutto quello che c’è da sapere sulla tessitura. Poi mi sono appassionato al teatro e ho iniziato a fare l’attore, ma la sartoria si può dire che è nel mio dna".

Perché quando la sua pena è finita ha continuato ad occuparsi di carcere e carcerati, non ha avuto voglia di dire basta, di lasciarsi tutto alle spalle?

"In tanti lo fanno. O per lo meno ci provano. Io invece no. Il carcere è un’esperienza terribile e dieci anni sono tanti. Per sopravvivere ho cercato in qualche modo di trasformarla in qualcosa di utile. È assurdo e doloroso dirlo, ma il carcere mi ha anche arricchito. Condividere le storie tragiche di tanti ragazzi mi ha aperto gli occhi su tante cose. Un conto è leggere certe storie sul giornale e o vederle nei film, un altro conto è sentirle raccontate dal tuo compagno di cella mentre prepara una torta utilizzando solo il fornelletto e gli sgabelli. Quando ho iniziato a lavorare nel laboratorio di Bollate ho visto che davvero si poteva fare qualcosa di buono. I detenuti che ci lavorano cambiano prospettiva, si sentono utili. Si sentono persone. Così nel 2017, insieme a un compagno e grazie all’appoggio del carcere di Bollate è nata Catena in movimento. Per farla crescere ho anche rinunciato ai permessi cui avevo diritto dal 2019. Ma ne è valsa la pena. Ora abbiamo un laboratorio dentro al carcere e uno a Trezzano sul Naviglio. In questi anni sono dalla nostra associazione sono passati 110 detenuti. Si è creata una piccola comunità che sta diventando anche un’impresa".

In che modo il lavoro con la sua onlus è utile ai detenuti?

"Usare le proprie capacità, il proprio impegno per realizzare qualcosa che viene riconosciuto all’esterno è un grande risultato per i detenuti. Il percorso lavorativo con noi è poi accompagnato anche da momenti di confronto con il personale pedagogico del carcere. Una cosa su cui cerco di puntare è il valore dell’errore. L’errore danneggia se stessi ma anche gli altri, la comunità. Riconoscerlo e trovare il modo di riparare è la sfida più difficile, ma anche la più appassionante".

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