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10 mag 2022

L'esperto: bimbi violenti e ragazzi autolesionisti. Gli effetti del Covid e della guerra

L’appello del pedagogista Novara, che riapre la “Scuola genitori“. "Contro il malessere non servono terapie, ma restituire una vita normale"

10 mag 2022
Daniele Novara, pedagogista e direttore del Cpp Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la gestione dei conflitti
La gestione dei conflitti giovanili sempre più all'attenzione degli psicopedagogisti
Daniele Novara, pedagogista e direttore del Cpp Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la gestione dei conflitti
La gestione dei conflitti giovanili sempre più all'attenzione degli psicopedagogisti

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Milano - ​«Uno su due, tra i bambini e i ragazzi che sto seguendo, arriva a mettere le mani addosso ai genitori. Una novità storica non da poco. E continua ad aumentare l’autolesionismo tra gli adolescenti. I dati empirici sono spietati: uno su quattro si taglia, soprattutto tra le ragazze". A lanciare l’allarme è Daniele Novara, pedagogista e direttore del Cpp, Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la gestione dei conflitti, che lunedì sera a Milano (alle 20.45 al Teatro Pime), riapre la Scuola Genitori, che richiamava in passato fino a 700 persone. Dal 2019 erano stati sospesi gli incontri in presenza, che ora si fanno più urgenti. Tema all’ordine del giorno: “Educare con coraggio tra pandemia e guerra“.

Professor Novara, cosa sta succedendo ai più giovani?

"Da tre anni bambini e ragazzi sono l’anello debole della nostra società. Prima per la pandemia, che ancora adesso li costringe a restrizioni e in una ’melassa emotiva’. Ci si è messa pure la guerra. I bambini sono arrabbiati. La relazione educativa è stata stereotipata, si è pensato che la vicinanza a prescindere e un eccesso di confidenza li avrebbe protetti. Bisogna aiutare i genitori a educare. E ridare normalità ai bambini, non terapie: a Milano, dove le restrizioni sono state ancora più esasperate, chi è nato a marzo non festeggia il compleanno dal 2019. I pigiama party, che ho sempre sostenuto, sono spariti. E i genitori non mettono “paletti“ all’uso della tecnologia".

Non riescono a gestire la rabbia tra compagni, a scuola e pure in casa?

"Un conto è disobbedire, ma alzare le mani contro i genitori è una novità storica. Ho casi di mamme finite in pronto soccorso: un bambino di 9 anni ha colpito la sua con un telecomando. C’è un corto circuito. Da due anni la maestra è senza volto, coperta da mascherine. E una maestra che perde il volto perde anche la sua autorità, oltre ad esserci un raffreddamento dal punto di vista psicologico ed emotivo. I bambini non lavorano più insieme. E i problemi si vedranno ancora di più il prossimo anno, se non cambiamo approccio. C’è del sadismo. Adesso è tempo di pensare ai bambini e ai ragazzi. Non c’erano pedagogisti, psicologi e insegnanti nel Comitato tecnico scientifico: i più giovani sono usciti dai radar".

Colpisce il dato sull’autolesionismo.

"Tra le ragazze lo si vede soprattutto nei tagli inferti al proprio corpo: c’è un problema di costruzione dell’identità sessuale che è stata congelata nel mondo delle relazioni virtuali oltre all’elemento di competizione con la madre sulla femminilità. Segnano la loro sofferenza. E lo si vede anche con la perdita di peso. Lo sguardo benevolo del padre nell’adolescenza è importante. L’autolesionismo nei ragazzi si vede più nell’alcol. Che è tornato in modo massiccio".

In che senso la guerra ha complicato il quadro di malessere?

"Inizialmente è stato l’ennesimo elemento di stress emotivo, ha accentuato l’ansia. Adesso si nota una spettacolarizzazione della guerra. Ci sono canali che la trasmettono 24 ore su 24, in una sorta di reality e questa generazione, che per due anni è cresciuta sui social e con videogiochi “sparatutto“, ha un senso di alienazione. Un altro effetto che si nota è l’aumento delle risse allo stato puro. Mi è capitato anche di genitori che hanno trovato quindicenni col coltello in camera. A questo si aggiunge una “banalizzazione“ della guerra: se ne parla facendo il “tifo“, si usa la parola “conflitto“ come fosse un sinonimo. Si racconta ai bambini che è come quando si litiga con un compagno. No, la guerra è morte".

Come affrontarla a scuola?

"Con i ragazzi bisogna parlarne tantissimo: far capire cos’è per respingere l’idea stessa della guerra. Con i bambini l’approccio è diverso, hanno un pensiero “dicotomico“, c’è la pace, c’è la guerra: non bisogna scendere nei meandri delle ragioni che non capirebbero, ma è giusto educare alla pace. Ho visto scuole dell’infanzia e primarie che stanno lavorando benissimo. Alle medie e alle superiori bisogna far di più".

Cosa possono fare i genitori?

"Dobbiamo aiutarli a togliere l’ansia ipertrofica e la rinuncia educativa. Ci sono ragazzi che non vanno più a scuola, vivono sui social. Sono in stand-by. Bisogna sospendere la compiacenza, serve un gioco di squadra tra padre e madre. Non ha senso accanirsi con i ragazzi che stanno male proponendo terapie. Bisogna restituire ai genitori la dignità di educare e a bambini e ragazzi la dignità di una vita normale".

 

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