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20 apr 2022

"Così volevo i miei primi 40 anni sulle punte"

Alessandra Ferri al Piccolo nella pièce creata per la Fracci, da un testo di Beckett. "Il mio orgoglio? Aver superato le mie fragilità"

elisa guzzo vaccarino
Cronaca
Alessandra Ferri in una scena: l’étoile emerge da un mucchio di scarpette
Alessandra Ferri in una scena: l’étoile emerge da un mucchio di scarpette
Alessandra Ferri in una scena: l’étoile emerge da un mucchio di scarpette

di Elisa Guzzo Vaccarino

Milano riaccoglie, da stasera a venerdì 22 aprile al Piccolo Teatro, la sua prodigiosa baby ballerina: Alessandra Ferri (classe 1963), già splendida adolescente ambita da Londra a New York, che tornata dalla “pensione” in piena maturità mostra le sue doti complete, di attrice e danzatrice di gran classe in una creazione di Maurice Béjart, ideale per il suo talento. “L’heure exquise”, variazioni su un tema di Samuel Beckett (“Oh, les beaux jours”) omaggia Carla Fracci, per cui la pièce nacque nel 1998 al festival Torino Danza. E celebra i quarant’anni di carriera di Alessandra Ferri interpretando i ricordi, le domande, le gioie, i dolori esistenziali di Winnie, in dialogo con il suo partner Willy, servo di scena. Se “Giorni felici” di Beckett immaginava Winnie sepolta in una montagna di sabbia, qui Alessandra emerge da una collina di scarpette da punta, con la sua borsetta, il suo ombrellino, la sua pistola. Il suo compagno è Thomas Whitehead del Royal Ballet, là dove giovanissima è stata Manon e Giulietta, per girare ora il mondo come Eleonora Duse per Neumeier; Léa di “Chéri” per Martha Clarke e Virginia Woolf per Wayne McGregor.

Béjart disse, di questo suo Beckett diverso: "Tutti i grandi musicisti hanno fatto delle “variazioni“ su un tema di un altro grande… Io mi sono permesso di lavorare su una pièce tra le più importanti del ventunesimo secolo. Non si tratta di un adattamento danzato, ma di un lavoro fedele allo spirito dell’autore nel contesto di una creatività puramente astratta e coreografica. La musica è un montaggio su temi di Webern, in primo luogo, ma anche di Mahler e Mozart. I pochi testi sono le parole pronunciate da una ballerina nel momento della danza o del riposo. Infine, il silenzio, che è l’elemento principe di questa liturgia".

Come è arrivata lei, “Alex”, a fare suo il ruolo di Winnie?

"Per festeggiare con il pubblico i miei quattro decenni di scena, cercavo un ruolo significativo, giusto per l’artista che sono adesso; riordinando il mio archivio durante il lockdown ho trovato un ritaglio su questa creazione di Maurice Béjart. Mi piace pensare a un “segno“, una concatenazione di date, anniversari, emozioni; Beckett, va detto, scrisse “Giorni felici“ sessant’anni fa".

Come si prepara un personaggio così particolare, per un’interprete agée?

"Dopo la creazione a Torino questo pezzo straordinario era stato ripreso raramente, proprio perché ha bisogno di due interpreti che sappiano essere, come Carla Fracci e Micha Van Hoecke al debutto, ballerini-attori con un lungo vissuto teatrale. Non ho avuto dubbi ad affrontare Winnie, ho sentito che era quello il ruolo che cercavo".

Con quale stato d’animo si può rinascere in scena ogni sera?

"Se guardo indietro, provo tenerezza. Sono orgogliosa soprattutto di aver superato le mie fragilità. E mi dico beh, però, sono brava".

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