"Così lo sport può “armare“ il contrattacco immunitario"

"Così lo sport può “armare“  il contrattacco immunitario"

"Così lo sport può “armare“ il contrattacco immunitario"

"Mi occupo di oncologia da quasi 25 anni. Per un lungo periodo al paziente oncologico sottoposto a operazione e chemioterapia si diceva di rimanere a casa e in assoluto riposo. Negli ultimi cinque anni l’approccio è cambiato. Studi prestigiosi dimostrano che l’attività sportiva aiuta i pazienti oncologici a migliorare la prognosi della malattia", dice Nicola Frisia, 49 anni, oncologo ma anche atleta della Canottieri San Cristoforo che parteciperà alla "ReRow 2023". Fa canottaggio da quando aveva 12 anni ("Ero un bambino grasso"), ogni settimana 45 chilometri in barca, e sarà lui, con la collega Stefania Fossati, a seguire il team di 13 pazienti oncologiche, quasi tutte con tumori mammari (ma ci sono anche due casi al colon e al pancreas) nell’impresa lungo il Po.

In che modo lo sport incrementa le possibilità di guarigione dal tumore?

"Lo sport rende attivo il sistema immunitario, in particolare la funzione anti-tumorale, quell’immunosorveglianza che consente di riconoscere le cellule tumorali e “ucciderle“ attraverso le cellule natural killers. Nelle persone sane ha una funzione di prevenzione mentre nei pazienti aiuta a migliorare la prognosi, evitare la progressione della malattia, diminuire la probabilità di riammalarsi e anche i dolori da ormonoterapia, cui spesso sono sottoposte le pazienti con tumore al seno, il più diffuso nella popolazione femminile e che più colpisce anche in giovane età".

Le pazienti oncologiche si devono allenare meno?

"Uno studio dell’American Sport Society dimostra che il paziente oncologico deve fare la stessa quantità di sport di una persona “normale“: 150 minuti alla settimana di attività fisica moderata o 75 ad alta frequenza. Le ragazze di C6 Siloku escono due volte alla settimana in Dragon Boat per più di un’ora".

L’attività fisica migliora pure l’umore?

"Sì, perché stimola il rilascio delle endorfine. È decisivo non vivere la patologia come esperienza di morte: se cade in grave depressione le natural killers lavorano malissimo e il percorso si complica".

Annamaria Lazzari