Andrea Artoni (foto Facebook)
Andrea Artoni (foto Facebook)

Milano, 22 maggio 2020 - "La sensazione è un po' quella dei soldati giapponesi che si rendono conto dopo anni che la guerra è finita. Ci sentiamo anacronistici e un po' fuori luogo sotto le nostre mascherine, doppio guanto, doppio camice visiera e cuffia. Abbiamo paura di disturbare la narrativa corrente, ottimismo e ripartenza". Andrea Artoni, medico del Policlinico di Milano, racconta in un post su Facebook la sua ultima notte  nel reparto Covid che, dopo due mesi di emergenza, chiude. Dalla memoria emergono fatica e orgoglio e un patrimonio di umanità nuova.

"C'è anche una certa dose di stanchezza. Due  mesi e mezzo di questa vita è fisicamente pesante. Non si stacca mai, a un certo punto l'adrenalina finisce. Siamo in riserva e iniziamo a perdere qualche pezzo per strada. E' stato un periodo emotivamente intenso e difficile. Troppi morti. Troppo carico su di noi. Troppe volte sentirsi dire dal marito confinato a casa tenga per me la mano di mia moglie e le dia una carezza per me. Ci siamo commossi tutti tante volte, anche quelli che fanno i duri e i burberi. Ognuno ha adottato dei parenti e cercato via telefono di instaurare un rapporto, professionale e affettuoso. Le telefonate emotivamente difficili le facevamo nel nostro giardino degli ulivi, me le ricordo tutte, una a una. Tante decisioni difficili. I pazienti che avevano speranze su cui investire e quelli che no, arriviamo al massimo fino a qua. Tante tante volte".

"Penso possiamo essere orgogliosi del lavoro che abbiamo fatto assieme. Abbiamo affrontato questa cosa mostruosa e inaudita e in poche settimane siamo riusciti a dare un senso, stravolgendo il nostro modo di lavorare. Resilienza, umiltà, umanità, lavoro di gruppo, cosi' l'abbiamo tirata fuori - scrive Artoni che in questi mesi ha aggiornato spesso il suo profilo con sensazioni e fatti dal 'campo' -.  Non solo io mi sento il soldato giapponese, ma se guardo gli ultimi pazienti sono davvero dei reduci. Due li ho accettati io la prima notte, all'inizio di marzo. Sono ancora qua. Uno è ormai la mascotte del reparto, tossicodipendente, senza fissa dimora,
in questi due mesi ci ha sfinito di storie assurde come quando completamente fatto si è addormentato su una nave da carico ad Amsterdam ed si è trovato a Capo Nord. Mangiando una media di 5 budini al giorno. Anche per lui abbiamo fatto qualcosa".

Nel lungo post Artoni racconta storie di "sopravvissuti" e commenta la notizia della chiusura del reparto Covid. "Passiamo dal rosso al grigio. Emozione. Lunedi ci troviamo a fare la foto tutti assieme. Colleghi da una vita e amici nuovi. Sarà un legame che rimarrà. Vi porterò tutti nel cuore come porterò dentro i pazienti, sono stati davvero il motivo e la forza che ci hanno fatto andare avanti, malgrado alcune scellerate scelte di chi ci doveva amministrare. Una pezza gli ospedali l'hanno messa, ma il primo scopo della sanità dovrebbe essere di non fare ammalare la gente. Queste pagine - conclude - sono state terapeutiche per me, non riuscivo a raccontare in altro modo quello che succedeva li' dentro. Spero davvero di non scrivere mai piu' di Covid".