Coronavirus
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Milano, 8 aprile 2020 - «Che il modello della Regione Lombardia sia orientato all’ospedale non è, di per sé, un male. Il fatto è che funziona molto bene in una situazione di normalità, meno nell’emergenza". Così Americo Cicchetti, professore di Organizzazione aziendale dell’università Cattolica e direttore dell’Alta scuola di Economia e management dei sistemi sanitari che, con un gruppo di lavoro, ha redatto un report di analisi dei modelli organizzativi di risposta al Covid-19 in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Lazio, regioni che al 31 marzo vedevano il 60% dei positivi al virus rispetto al totale dei positivi in Italia. "Le regioni sembrano aver adottato modelli assistenziali diversi seguendo la loro naturale ’vocazione’. Questo ha portato Veneto e Emilia-Romagna a orientarsi verso una gestione territoriale e domiciliare, con il Veneto che si caratterizza per una ricerca proattiva di casi ’positivi’. Lombardia e Lazio hanno confermato la loro vocazione ’ospedaliera’, pur trovandosi ad affrontare emergenze di una intensità assolutamente non comparabile", dice il professor Cicchetti.

Quali sono le peculiarità del modello veneto ed emiliano?
"È basato sulla ricerca attiva e assistenza domiciliare, orientato al territorio. Sono cioè le strutture dei medici di famiglia e le unità speciali di continuità assistenziale che provvedono a contattare i soggetti particolarmente a rischio: anziani, chi ha più di una patologia, immunodepressi. I numeri parlano chiaro, con un’alta incidenza di tamponi effettuati fin dai primi giorni che in Veneto raggiunge il 2,16% della popolazione, in Emilia-Romagna l’1,23% (contro lo 0,84% nazionale)".

E per Lombardia e Lazio?
"Il modello è ospedalocentrico. Non c’è una ricerca particolarmente proattiva dei malati: l‘incidenza di tamponi effettuati sulla popolazione e perlopiù in ospedale è leggermente inferiore. In Lombardia è pari a 1,14% e in Lazio a 0,59%".

Fare più tamponi è un vantaggio?
"Ha una funzione di contenimento. In più si riduce la pressione sugli ospedali e si evita il rischio che diventino una ’bomba’ che diffonde il contagio".

Sul trend dei decessi rispetto ai ricoverati in terapia intensiva perché quello di Lombardia ed Emilia subisce una crescita più rapida nella seconda parte di marzo?
"È l’effetto della gestione dei pazienti sul territorio. Il Veneto, come il Lazio, ha intercettato un po’ prima i pazienti che non si sono aggravati fino ad aver bisogno di ricovero e terapia intensiva. In Lombardia, dove si sono ammalati moltissimi anziani, quando ci si è accorti che lo erano in maniera grave sono stati portati in ospedale e ricoverati in terapia intensiva ma era ormai troppo tardi".

Il rapporto fra decessi e casi totali al 30 marzo è 0,05 in Lazio e Veneto, 0,11 in Emilia e 0,16 in Lombardia. Come se lo spiega la letalità così alta in Lombardia?
"L’ipotesi è che l’incremento di letalità in Lombardia sia dovuto al fatto che i pazienti avessero un’età media più alta che altrove. Un altro aspetto è la comorbidità: in Italia il 48,6% degli over 65 ha 3 o più patologie croniche. Se quel paziente lo continuo a monitorare sul territorio, sarà più facile gestirlo. Sono ipotesi però da confermare con l’analisi delle cartelle cliniche".