NICOLA PALMA
Cronaca

I Bari di Caravaggio, quadro vero o copia di un collaboratore? Il giallo del dipinto bloccato in frontiera

Una vicenda iniziata nel 2012 fra accertamenti degli esperti, tira e molla burocratici e legali, dichiarazioni poco convincenti della proprietaria. Il valore dichiarato della tela è di 1,5 milioni di euro

I Bari, Caravaggio vero o opera di un collaboratore dalla mano felice?

I Bari, Caravaggio vero o opera di un collaboratore dalla mano felice?

Milano, 8 ottobre 2024 – Il quadro dei misteri non ha ancora un padre certo: neppure gli studiosi che hanno dedicato la loro vita professionale a Caravaggio sanno dire se si tratti di un suo dipinto o dell’opera di un collaboratore che lo ha “copiato” talmente bene da superare il maestro in alcune parti.

Al momento, l’unica cosa certa è che l’opera, alla quale nelle sentenze viene attribuito un valore di 1,5 milioni di euro, è stata bloccata in Italia dal Ministero dei Beni culturali, che ha annullato in autotutela i provvedimenti precedenti che ne avevano autorizzato prima il trasferimento in Gran Bretagna e poi il definitivo trasloco in Svizzera per la cessione. La decisione di fermare alla frontiera l’olio su tela denominato “I Bari di Caravaggio e collaboratori”, fedelissima riproduzione del capolavoro di Michelangelo Merisi conservato nel Kimbell Art Museum di Fort Worth in Texas, è stata ora avallata dal Consiglio di Stato, che ha confermato il precedente pronunciamento del Tar del Lazio.

Le tappe

La lunghissima querelle inizia il 14 giugno 2012, quando una ditta specializzata in trasporti di opere d’arte presenta all’Ufficio Esportazione di Milano la richiesta di rilascio dell’attestato di libera circolazione per un dipinto indicato come “I Bari, copia di Caravaggio, olio su tela, misure cm 120x150”. Valore: 20mila euro.

Poco più di un mese dopo, arriva l’ok, “dopo che la commissione di esperti dell’Ufficio aveva valutato il quadro come privo di interesse, trattandosi di ‘copia recente e di bassa qualità’ ”. Tuttavia, prima di lasciare l’Italia per approdare oltre Manica, il quadro viene esposto in diverse mostre, “calamitando l’interesse della comunità scientifica, che giungeva persino a ritenerlo opera autografa del Maestro e/o dei suoi collaboratori”.

Basti dire che già nel settembre del 2012 l’opera finisce al centro di una mostra-convegno in Umbria: “Non si tratta di una mera copia – affermano gli esperti – ma di una versione autografa con varianti costruite su diverse impostazioni prospettiche attestanti la maestria dell’autore”.

Trasferta a Londra

Nel frattempo, il dipinto viene portato a Londra per essere presentato all’Arts Council England, l’equivalente dell’Ufficio di esportazione italiano. Quando rientra a Milano con la certificazione inglese, l’opera ha cambiato nome (“I Bari di Caravaggio e collaboratori”) e prezzo, lievitato a 1,5 milioni.

Nell’aprile del 2018, la ditta a cui è stato affidato il dipinto ottiene dal Mibac un nuovo attestato e la licenza di esportazione extracomunitaria “al fine di condurre l’opera” a Ginevra “per la relativa cessione”. Finita? No, perché l’Agenzia delle Dogane ritiene necessari ulteriori accertamenti, che coinvolgono sia la proprietaria che l’Ufficio esportazione; e la stessa richiesta di informazioni arriva dai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Monza.

Il mistero s’infittisce

A quel punto, i tecnici del Ministero fanno sapere che, “all’esito di controlli e riconsiderata nella sua interezza la sequenza dei fatti”, la storia presenta “parecchi punti oscuri, rappresentati in primis dalle fuorvianti dichiarazioni rese dalla proprietà”; il sospetto è che tutto sia stato architettato per “aggirare le disposizioni di tutela dello Stato italiano”. Di più: l’ipotesi è che la donna sapesse sin dal 2012 che l’opera non fosse una “mera copia”, bensì un capolavoro che ancora oggi interroga la comunità scientifica (una studiosa ha descritto il dipinto il 5 giugno 2024 come una copia “ben fatta” con una qualità “in certi punti più elevata” rispetto ad alcune tele autografe di Caravaggio).

Accuse che costeranno alla proprietaria pure un processo penale, terminato con un’assoluzione. Detto questo, per il Consiglio di Stato, il suo “comportamento complessivo” ha comunque “offerto nel tempo una lacunosa e ambigua rappresentazione dei fatti”, impedendo “all’amministrazione di formare in maniera pienamente consapevole il proprio giudizio in ordine al valore artistico dell’opera”.

Il verdetto finale

In questa prospettiva, concludono i giudici, “appare assolutamente ragionevole e corretta la scelta del Ministero di ritirare il titolo già concesso (e i precedenti che ne sono stati il presupposto) anche solo per far luce su una vicenda in cui, come già si è segnalato, non mancavano, per l’atteggiamento assunto dalla proprietà, coni d’ombra”.

Un’affermazione che si porta dietro una serie di interrogativi: perché nel 2012, a due mesi dall’indicazione di “copia”, il quadro è stato esposto in una mostra in cui si attribuiva la tela a Caravaggio? È vero che tra 2005 e 2008 uno studioso aveva già accostato per dimensioni quella versione de “I Bari” a un altro capolavoro come “La buona ventura”? Perché un dipinto asseritamente di poco conto è stato sottoposto a indagini diagnostiche all’Università di Bologna e a un restauro?