Emilio Fede al palazzo di giustizia di Milano (Ansa)
Emilio Fede al palazzo di giustizia di Milano (Ansa)

Milano, 28 agosto 2018 - I «prestiti» di Silvio Berlusconi a favore di Lele Mora «erano di per sé del tutto leciti» e «la circostanza» che una parte di quei soldi sia stata girata dall'ex talent scout a Emilio Fede, «come corrispettivo per la sua intercessione» con l'ex premier «o per altri motivi», è penalmente irrilevante.

Lo scrive la Corte d'Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza con cui a maggio ha assolto l'ex direttore del Tg4, ribaltando così la condanna di primo grado a tre anni e mezzo di carcere, dall'accusa di bancarotta ffraudolenta in concorso con Lele Mora (ha già patteggiato) in relazione al fallimento della Lm Management di Mora. Per la Corte, presieduta da Giuseppe Ondei, non c'è nemmeno la prova che Fede, assistito dagli avvocati Gustavo Pansini e Giuseppe Toraldo, sapesse che all'epoca Mora era un «imprenditore individuale». Il giornalista era imputato per una presunta distrazione di 1,1 milioni di euro dei 2 milioni e 750 mila versati nel 2010 da Berlusconi, in più tranche, e destinati a salvare la società dell'ex talent scout.

La Corte aveva anche revocato la condanna di Fede al pagamento di un milione di euro a favore della procedura fallimentare della Lm Management, parte civile nel processo. Per i giudici d'appello, come si legge nelle motivazioni da poco depositate, prima della dichiarazione di fallimento «come imprenditore individuale» nell'aprile del 2011, Mora «poteva essere plausibilmente considerato», tanto «da Berlusconi come da Fede», alla stregua «di un imprenditore le cui società versavano in gravi difficoltà economico-finanziarie», così che «i prestiti di Berlusconi», arrivati nel 2010 e «in parte dirottati» dall'allora talent scout al giornalista, «risultavano funzionali, nella prospettiva di chi li aveva erogati, ma anche dello stesso Fede, a consentire al titolare indiscusso delle società in crisi di ripianare la situazione debitoria». Una «circostanza poi non avvenuta», precisa la Corte, «per la dispersione di quelle risorse, almeno in parte, per finalità extra-societarie, come riconosciuto dallo stesso Mora». Fede, tuttavia, secondo la Corte, incassando parte di quel prestito per aver fatto da intermediario, non era consapevole «di concorrere nella sottrazione dei beni» ai creditori della società di Mora. Da qui l'assoluzione