Ciro Cascone
Ciro Cascone

Milano, 1 marzo 2021 - "Queste sono bande 'liquide', ragazzotti che vengono per lo più dall’hinterland e si ritrovano qui e là nei parchi. Niente a che vedere però con le gang di minori sudamericani che una decina d’anni fa si facevano la guerra a Milano con violenza estrema". Ciro Cascone è da anni procuratore capo presso il tribunale dei minori. All’indomani degli ultimi arresti di protagonisti di azioni violente, la sua diagnosi sulle caratteristiche e la qualità di una certa criminalità giovanile è quella dell’ esperto. "È evidente che in città esiste uno zoccolo duro di micro criminalità giovanile come in tutte le grandi metropoli, del resto. Però direi che la tendenza nel corso degli ultimi anni è del tutto stabile".

Nessuna maggiore aggressività diffusa, come avverte invece il prefetto Renato Saccone?
"I numeri dicono che il 2018 fu intenso a livello di indagini e richieste di misure cautelari avanzate dalla nosra procura. Il 2019 più o meno sulla stessa linea, mentre nella prima parte dell’anno scorso il calo di reati era legato al lockdown e poi ci fu una ripresa ma del tutto in linea. Milano nella mani di baby gang? Non direi proprio".

Rapine violente, però.
"Più che rapine sembrano aggressioni violente. Nel senso che l’elemento predatorio è quasi accessorio nel portar via il cellulare, il giubbotto o le scarpe. Prevale piuttosto la volontà di marcare il territorio, tipica delle bande giovanili".

Quelle sudamericane esistono ancora?
"No, di fatto sono state individuate e sgominate nel corso degli anni, con processi e condanne anche pesanti. Erano vere e proprie associazioni per delinquere".

Quelle di oggi sono “liquide“, lei dice, e dunque più difficilmente individuabili?
"No, no. Anzi invito i ragazzi vittime di aggressioni di questo tipo a raccontarlo sempre ai genitori e a denunciare senza sconforto o timori di ritrovarsi poi in situazioni analoghe. Le indagini di polizia e carabinieri riescono sempre a individuare i responsabili".

Ragazzi anche quelli, ad ogni modo...
"Sì, da queste bande giovanili si entra e si esce con molta facilità. Il dato più eclatante è la bassa scolarizzazione di questi ragazzi che abbandonano troppo presto gli studi e vengono lasciati soli. Abbiamo davanti a noi dei “bimbi perduti” che hanno ancora una chance di recupero paradossalmente proprio grazie al loro arresto".

Pensa che le restrizioni della pandemia possano influire in qualche modo in queste dinamiche?
"Credo che la fase che stiamo tutti vivendo renda più visibili certe situazioni, che poi sono quelle tipiche dell’adolescenza. Più in generale, non scordiamo il peso sui ragazzi di certe mancanze, non solo quella della scuola in presenza ma anche quella delle attività sportive praticamente azzerate".