L'arcivescovo Delpini e i femminicidi: "Il cuore degli uomini è malato. Vanno educati"

La lettera a Milano e la chiamata alla fiducia "Sempre più persone sole. Le famiglie non trasmettono gioia ai figli. Per affrontare le diseguaglianze sociali serve una revisione di sistema"

L'arcivescovo Delpini
L'arcivescovo Delpini

Sono tempi difficili, duri, di sventure? Milano è Gotham City sotto la Madonnina, città pericolosa e impaurita? "Non mi sembra sia il modo per definire la città in questo momento. Alcuni episodi sono preoccupanti, ma Milano è meno inquieta di come appare nelle cronache". I segnali d’allarme: criminalità da strada e business delle mafie, diseguaglianze sociali, povertà crescente. "Servono una riflessione sistematica, coraggio e una prospettiva di futuro". Altro fenomeno "sconcertante", la violenza sulle donne: "Il cuore dei maschi è malato". I segnali di fiducia, ora: "In tanti luoghi i cittadini seminano voglia di vivere. Vedo turisti curiosi da molte parti del mondo e ragazzi che hanno grinta e voglia di futuro". Mario Delpini, 72 anni, è l’arcivescovo metropolita di Milano. Ha guidato la Diocesi negli anni splendenti della fascinazione post Expo e l’ha sorretta nelle stagioni terribili del Covid. Ma cos’è Milano oggi? Di cos’ha bisogno? Il titolo dell’ultimo discorso dell’arcivescovo alla città è già una risposta: "Il coraggio, uno se lo può dare. Milano rialzi la testa".

In tempi cattivi, scriveva Agostino, «vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi».

"La città la fanno i cittadini. Milano impaurita? I cittadini che si chiudono in casa lasciano che la città diventi un deserto dove si aggirano gli sciacalli e i serpenti. Dove i cittadini scendono nelle strade, si salutano, si sorridono, la città diventa un villaggio in cui si abita volentieri".

E quale cartolina di Natale spedisce il “villaggio Milano“?

"Una città che fa il presepe e cerca una stella per trovare la direzione da seguire. Una città in cui le persone si incontrano un po’ per caso e non si fidano subito l’una dell’altra. Una città che sospira un po’ di gioia e un po’ di pace".

Il gelo demografico, il costo della vita che sale: come stanno le famiglie di Milano?

"Anzitutto sono poche. Le persone sole, dicono le statistiche, sono una presenza ormai molto significativa: le famiglie sono meno della metà degli abitanti. Mi pare tuttavia di vedere nelle famiglie una certa problematicità nell’educazione dei figli. Sono imbarazzate nel consegnare loro la voglia di vivere. È come se dicessero: “Non abbiamo tanta voglia di vivere noi, come facciamo a far diventare grandi i nostri figli?“. Questo è un tema che mette un po’ di grigiore anche nelle feste. Vorrei dire agli adulti di non spaventare i bambini. Se non sono contenti di vivere, non può venir voglia ai ragazzi di diventare grandi".

A settembre, nell’aula del Consiglio comunale, si è rivolto ai banchieri con queste parole: «Le diseguaglianze sono insopportabili. Se non corriamo ai ripari c’è il pericolo che il sistema imploda». Che risposte ha ricevuto dopo l’appello alle “sentinelle” economiche e finanziarie della città?

"Milano è un luogo predisposto all’alleanza di chi la abita. Una comunità incline a parlarsi e a guardare insieme i problemi per un’idea di benessere e di futuro. Questo non fa dimenticare che ci sono povertà diffuse, croniche: mi pare ci sia bisogno di un’alleanza che non si riduca solo a una dichiarazione di buoni propositi o a qualche gesto simbolico di solidarietà. Mi pare sia l’intero sistema a dover essere sottoposto a revisione, con un po’ di coraggio e una prospettiva di futuro. Le alleanze si fanno poco a poco, con pazienza, ma hanno bisogno di dire: abbiamo una visione di futuro che ci raduna, una motivazione per mettere insieme le nostre risorse ed elaborare un progetto condiviso. Questa prospettiva sul futuro è il dono più necessario da chiedere a Natale".

Sui femminicidi si è finalmente aperto un profondo dibattito nel Paese. Lei che riflessione ha maturato, arcivescovo?

"Io sono convinto che per affrontare questo tema sia necessaria una visione dell’uomo e della donna che prenda origine dalla gratitudine di essere vivi, di sperimentare gli affetti, piuttosto che dalla presunzione che “io ho diritto su di te, e posso pretendere”. Rientra in una visione della responsabilità educativa che dobbiamo condividere e far sì che sia consegnabile alle giovani generazioni. Anche se la violenza dell’uomo sulla donna, ci dice la cronaca, non ha età e non riguarda solo i giovani. C’è qualcosa di malato nel cuore dei maschi, nel modo con cui pensano di vivere i loro affetti. Ma da questa malattia non si guarisce né con l’esemplarità delle punizioni né con l’imponenza delle manifestazioni. Queste possono anche avere una loro funzione, ma credo che per uscire da questo fenomeno sconcertante di violenza sia necessaria un’opera educativa di rapporti costruttivi".

Quali segnali di speranza vede, invece, nei giovani?

"Ho da poco fatto visita a gruppi di minori stranieri non accompagnati ospitati dalle cooperative della Caritas. Mi hanno impressionato il resoconto dei viaggi drammatici e mi ha colpito il racconto che facevano di loro stessi. “Io sono grato perché sono stato accolto“. “Io voglio studiare“. “Aprirò una mia attività“. Ho trovato la grinta che sostiene il desiderio di realizzazione e il senso di responsabilità nei confronti delle famiglie lontane. Sono ragazzi che vengono da percorsi difficoltosi, in alcuni casi drammatici: anche loro sono i milanesi di domani. Questi giovani chiedono di poter manifestare le qualità di cui sono ricchi. Sono una presenza promettente, in questa città. Hanno l’idea che il futuro debbano costruirselo. E lanciano un messaggio anche a tanti giovani milanesi, in condizioni molto più favorevoli, i cui viaggi avventurosi si riducono spesso a un treno della metropolitana. In loro bisogna infondere questa stima di sé, questa grinta per la vita e questo senso di responsabilità".

Dall’Ucraina a Gaza è un Natale di guerre, monsignor Delpini. Come si possono costruire prospettive di pace?

"Tutte le persone di buon senso percepiscono l’assurdità della guerra. Due pensieri, allora. Il primo: sono sconcertato dal fatto che gli uomini pensino si possa fare la guerra come strumento per ottenere dei risultati, una forma di stupidità imperdonabile per il male che producono. Dalla prima riflessione derivo la persuasione che dobbiamo lavorare per un’Europa unita e lungimirante, secondo la grande cultura del secondo dopoguerra. Questa è la nostra responsabilità. Anziché lasciarci prendere dalla preoccupazione e dalle paure per le guerre dovremmo avere la fierezza di dire: “Ecco, qui abita il popolo della pace”. Ne abbiamo avute tante di guerre in Europa, questa terra è stata insanguinata in tante generazioni. Ma credo che si possa dire che in Europa può abitare il popolo della pace".

è arrivato su WhatsApp

Per ricevere le notizie selezionate dalla redazione in modo semplice e sicuro