Antonio Scurati (Newpress)
Antonio Scurati (Newpress)

Milano, 16 gennaio 2016 - «Milano mi ha fecondato». Lo racconta lo scrittore Antonio Scurati. «Devo a questa città la mia passione per la letteratura».

Che origine ha il cognome Scurati?

«Lombarda. Mio nonno, di cui porto il nome, faceva il fresatore ed era di Cusano Milanino, cioè la prima città-giardino d’Italia, concepita negli anni ’20 da Luigi Buffoli, piena di viali alberati e villette. Mio padre, Luigi, aveva vinto un concorso alla Rinascente. Fu assegnato a Napoli e lì conobbe mia madre Rosaria, che faceva la commessa. Ho origini lombarde e napoletane. Invece sono cresciuto a Venezia, perché mio padre venne trasferito nella città lagunare per lavoro».

E Milano quando entra nella sua vita?

«Nel 1988, dopo la maturità. Scelsi di studiare filosofia a Milano. E’ da questo momento che è cominciata per me una piccola rivoluzione».

E’ andato sulle barricate?

«Ma no, solo che ho deciso di impegnarmi. Ero uscito dal Liceo Classico con il minimo, 36/60. Ero svogliato e ribelle. Milano invece mi convinse a cambiare idea».

Se ne è spiegato il motivo?

«Un contesto culturale molto più stimolante. Venezia resta una città di provincia. Qui invece cominciai a leggere e a scrivere poesie. Frequentavo anche cenacoli culturali come quello nato attorno al poeta Antonio Porta sui Navigli».

Quale Milano ha conosciuto quando è arrivato?

«Quella degli ultimi scampoli della Milano da bere. Pochi anni dopo sarebbe scoppiata Tangentopoli. E’ stato come incontrare il Novecento al suo crepuscolo, nel pieno della sua complessità e stratificazione. Milano ha fascino perché è fredda, respingente, severa, ma è caratterizzata da legami trasversali, collegamenti inediti, aspetti nascosti. Come quella rete di osterie milanesi, ricetto per studenti e operai che allora frequentavo, un insieme di bettole, scadenti ma autentiche che ormai sono quasi sparite».

La via milanese a cui è legato?

«La via Pinturicchio. Mi piacciono le sue case risalenti agli anni ‘20. In questa via si intrecciano coincidenze e avvenimenti decisivi per la mia vita. Per esempio mia madre quando fu assunta alla Rinascente di Napoli venne a Milano per fare un corso di formazione e la sede dell’azienda era proprio in questa strada. E nello stesso stabile prima c’era la sede della Rizzoli, la mia casa editrice. Al civico 25 abitava Giovanni Guareschi, nella stessa casa dove ho lo studio».

La serendipity, cioè il caso fortuito, per lei si trova in via Pinturicchio?

«Sì. Era il 1998, avevo vinto una borsa di studio dopo aver terminato il dottorato in filosofia. Per arrotondare trovai, grazie a un amico, un lavoro in un Blockbuster proprio in fondo alla via Pinturicchio. Un sabato sera, riconobbi tra i clienti lo scrittore Antonio Franchini. Gli dissi che avevo letto i suoi libri. Lui mi lasciò il telefonò e cominciammo a vederci. Poi scoprii che era responsabile della narrativa della Mondadori. Non gli dissi che scrivevo. Un comune amico invece glielo riferì e dopo alcuni mesi Antonio mi chiese di leggere i mie scritti».

Insomma è stato il suo trampolino di lancio?

«Il primo tentativo andò a vuoto perché Antonio lesse i romanzi che avevo nel cassetto ma mi disse che erano troppo belli per essere pubblicati. Poi cominciai un nuovo libro. Franchini mi fece il contratto dopo la lettura di un solo capitolo. Diventò il mio primo titolo a essere pubblicato: “Il rumore sordo della battaglia”».

Nei suoi romanzi è presente anche questa via?

«Mi viene in mente “Il padre Infedele”. Racconto di un piccolo fazzoletto di terra in via Pinturicchio, “Il giardino Sergio Ramelli”, dove lo spazio destinato ai bambini e ai cani è diviso in parti uguali. E’ un’immagine negativa: quella di una città che non fa più figli oppure li fa tardi e li relega in spazi angusti e a cui dà la stessa importanza dei cani».

Cosa vuol dire?

«Milano è fortissima nei progetti a breve termine, ma il furore del fare le impedisce di riflettere sulle questioni più profonde, sul senso delle nostre esistenze. E’ chiaro che questo in realtà è uno spaccato ricorrente nella nostra epoca, a prescindere dalle singole città».

Se Milano fosse per lei una di famiglia, chi sarebbe?

«Una moglie. Non è un’amante. La si ama di un amore coniugale. Con lei si può trascorrere tutta la vita. E’ una città di cui ti puoi fidare, ti riconferma i suoi sentimenti nel tempo e non ti frega».

di MASSIMILIANO CHIAVARONE

mchiavarone@gmail.com