Un'aula di tribunale (Foto d'archivio)
Un'aula di tribunale (Foto d'archivio)

Milano, 25 aprile 2016 - Anche lui morì d’amianto quattro anni fa. Ma non faceva l’operaio in una delle grandi fabbriche della periferia, lavorava in una piccola falegnameria sui Navigli. E così, dopo la prima condanna degli ex manager d’azienda per i morti alla Pirelli, quello per la fine di Giuseppe Stranisci, falegname, deceduto nel 2012 per «mesotelioma pleurico», è il primo verdetto contro il proprietario di un laboratorio artigiano. Un anno di reclusione (pena sospesa) e 300 mila euro di anticipo sul risarcimento danni è la condanna inflitta nei giorni scorsi dal giudice Elisabetta Canevini, nona sezione del tribunale, a Franco R., 63 anni, titolare della ditta Effe Erre presso la quale operava la vittima.

È accusato di omicidio colposo per inosservanza delle norme in materia di sicurezza sul lavoro. A metà degli anni ’80 il suo laboratorio produceva diversi tipi di mobili per interno, e ad aiutarlo c’era il dipendente Stranisci, che trent’anni dopo, ormai settantenne, si sarebbe ammalato fino a morirne di quella tipica malattia legata alle micidiali fibre. Tra 1985 e 1989 Stranisci aveva lavorato a una particolare linea di mobili trattando strutture tubolari di cemento-amianto che dovevano essere tagliate per ridurle alla misura idonea a sostenere i mobili, poi forate e tassellate. Tutti lavori che liberavano fibre d’amianto «in assenza di qualsivoglia accorgimento a tutela della propria salute» – stando all’accusa formulata dal pm Maria Letizia Mocciaro – cioè «adattando una sega circolare per piastrelle (non dunque con un macchinario idoneo allo scopo)». Secondo la Procura, sarebbero diverse le norme in materia di sicurezza sul lavoro che il falegname-imprenditore non avrebbe osservato, contribuendo così a far ammalare il suo dipendente senza informarlo del rischio specifico legato alla presenza d’amianto.

Non avrebbe adottato misure volte ad impedire lo sviluppo e la diffusione delle polveri, senza tener conto della loro natura e della loro concentrazione in atmosfera. Fra l’altro, per il pm Mocciaro - che ne aveva chiesto la condanna a due anni di reclusione - R. non avrebbe neppure mantenuto puliti i locali di lavoro «in modo da ridurre al minimo il sollevamento della polvere nell’ambiente». Né avrebbe adottato «la separazione dei lavori nocivi con le altre lavorazioni», omettendo anche così come «tutte le misure tecniche necessarie a ridurre la dispersione delle polveri di qualunque genere». Come solitamente accade, il mesotelioma pleurico ci mise più di trent’anni a manifestarsi. Ma quando venne diagnosticata allo sfortunato Stranisci, nel maggio del 2012, gli lasciò appena sei mesi di vita. Il figlio si è costituito parte civile al processo.
mario.consani@ilgiorno.net