Alviero Martini spa affiancata da amministratori giudiziari. "Caporalato nei subappalti e sfruttamento per cucire le borse di lusso"

"Filiera totalmente appaltata e senza controlli". Interviene la magistratura. Azienda non indagata

I controlli dei Carabinieri in uno dei laboratori al centro dell'inchiesta. A destra, una borsa 1ª Classe di Alviero Martini
I controlli dei Carabinieri in uno dei laboratori al centro dell'inchiesta. A destra, una borsa 1ª Classe di Alviero Martini

Una filiera produttiva fondata sul caporalato. Appalti e subappalti commissionati soltanto a voce, ad esclusione di quello originario. Operai in nero, quasi tutti clandestini, costretti a lavorare in condizioni di perenne rischio e a dormire nei seminterrati degli opifici, stipati in stanzette senza aria né luce naturale che arrivavano a contenere 17 brande in pochi metri quadrati. Erano loro, stando alle indagini, a realizzare costi bassissimi (e con paghe ancor più misere) borse, marsupi, borselli, scarpe e accessori con l’iconica cartina geografica che poi finivano in vetrina a prezzi extralusso.

Al vertice della piramide c’era (a sua insaputa fino a prova contraria) la griffe dell’alta moda Alviero Martini spa i cui vertici, seppur non indagati, avrebbero, secondo le accuse, "colposamente alimentato" il meccanismo, omettendo di verificare "la reale capacità imprenditoriale delle società appaltatrici" e non programmando "ispezioni o audit per appurare in concreto le reali condizioni lavorative e gli ambienti di lavoro". Per questo, i giudici della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Milano, presieduta da Fabio Roia, hanno disposto un anno di amministrazione giudiziaria per la spa posseduta al 100% da Final spa: saranno il commercialista Marco Mistò e l’avvocato Ilaria Ramoni ad analizzare gli accordi con tutti i fornitori e a "rimuovere, ove necessario, i rapporti contrattuali con soggetti direttamente o indirettamente collegati" con realtà imprenditoriali che sfruttano i dipendenti. "Tutti i rapporti di fornitura sono disciplinati da un preciso codice etico a tutela del lavoro e dei lavoratori al cui rispetto ogni fornitore è vincolato", la precisazione di Alviero Martini spa. La società ha aggiunto "di essersi messa tempestivamente a disposizione delle autorità, non essendo peraltro indagati né la società né i propri rappresentati, al fine di garantire e implementare da parte di tutti i suoi fornitori, il rispetto delle norme in materia di tutela del lavoro".

L’indagine dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Milano, coordinati dai pm Luisa Baima Bollone e Paolo Storari e guidati dal colonnello Loris Baldassarre, è partita dai risultati dei controlli in alcuni capannoni tra le province di Milano, Pavia e Monza, che hanno fatto emergere "non solo semplici e contingenti difformità alle normative vigenti in materia di tutela del lavoro", ma anche l’utilizzo sistematico di manodopera "irregolare e clandestina" e la presenza "del medesimo committente della produzione in subappalto". Vale a dire, la Alviero Martini spa, azienda con quartier generale sui Navigli fondata nel 1991 dallo stilista che le ha dato il nome e ceduta nel 2003 alla holding dell’imprenditrice Luisa Angelini. Stando a quanto ricostruito dai militari, la griffe ha esternalizzato a società come la Crocolux di Trezzano sul Naviglio, il Calzaturificio Ester di Garlasco e la Minoronzoni srl di Ponte San Pietro la produzione della linea "Prima Classe". In barba ad accordi scritti che vietavano espressamente subappalti, le tre aziende, che per i magistrati non avevano le capacità per farsi carico della mole di lavoro commissionata, si sono a loro volta rivolte a ditte individuali cinesi per il lavoro artigianale vero e proprio. I blitz in serie degli investigatori dell’Arma e le testimonianze dei lavoratori hanno restituito un quadro davvero sconcertante: estintori scaduti, macchinari privati dei dispositivi di sicurezza per fare più in fretta, fili elettrici scoperti di fianco a materiali altamente infiammabili.

Alla fine, la catena di contratti fantasma serviva ad abbattere i costi: erano sufficienti appena 3 euro per produrre una bustina portachiavi poi venduta al prezzo di 48 euro; ne bastavano 19 per realizzare una borsa a mano due manici poi commercializzata a 350 euro. Una situazione che per la Procura "dimostra come la logica della massimizzazione dei profitti rifletta i propri effetti in danno di lavoratori collocati a valle della vera filiera produttiva".

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