La cucina di un'accumulatrice
La cucina di un'accumulatrice

Milano, 21 maggio 2016 - Sulla porta c’è una targa. Pulita, piena di colori. Difficile immaginare che varcando la soglia ci si ritroverà al cospetto di una discarica. Eppure è così: impossibile non calpestare qualcosa, non sbattere contro gli scatoloni accatastati e le piante accumulate in un angolo, evitare i castelli di bottiglie crollati. "Io non riconosco questo posto come casa mia", dice la proprietaria con un filo di voce. "Ho già la tachicardia". Si potrebbe sedere, se solo ci fosse una sedia libera. "Questo posto non mi rispecchia. Fuori sono tutto l’opposto: guai a buttare a terra una carta, a non raccogliere un oggetto caduto sul posto di lavoro". La signora, che ha più di 50 anni, riconosce di avere bisogno di aiuto. "Sono seguita da specialisti. Ho accettato di aprire ad estranei la porta del luogo in cui vivo come primo passo per liberarmi di tutto questo". Un’intervista che rilascia in forma anonima, mostrando non senza imbarazzo il disordine che è simbolo di tutte le zavorre di cui vorrebbe sbarazzarsi. Perché accumulare oggetti? Non se lo spiega nemmeno lei.

Attribuisce questa sua mania a un insieme di fattori, "ho affrontato la depressione e problemi fisici. E poi ho vissuto un’infanzia traumatica: mia madre era una maniaca della pulizia ed era anche violenta. Io e le mie due sorelle non potevamo azzardarci nemmeno a spostare un oggetto". Ha tagliato i ponti con lei da 20 anni. Racconta che ogni sera, quando torna a casa, si mette a letto e si copre col piumone. "Non voglio vedere tutta questa roba". In bagno spuntano sacchi di biancheria sporca, in camera da letto involucri di prodotti mai gettati. Poi vestiti, libri, scarpe. In soggiorno bisogna farsi largo tra muraglie di scatoloni, carte, libri e avanzi di cibo. Abbondano anche gli oggetti tecnologici. Ha accettato di farsi aiutare a mettere ordine. E si è documentata sul suo disturbo. "Io penso di essere affetta dalla sindrome di Diogene", rivela. Un disturbo comportamentale caratterizzato da disattenzione alle necessità basilari, come l’igiene, spesso accompagnato dall’accumulo patologico di oggetti, anche immondizia, che il malato ritiene possano ancora servire.

Più grave il caso di un’altra donna, anziana, che avevamo incontrato alcuni mesi fa senza sapere che avesse la mania di accumulare carte. Il suo alloggio era diventato un deposito, si passava da una stanza all’altra attraverso un cunicolo ritagliato tra pareti di riviste e giornali. La donna aveva accettato di farsi aiutare a rimettere in ordine la casa, spaventata dalla prospettiva di un Tso (Trattamento sanitario obbligatorio). La parte più difficile? Scegliere cosa tenere e cosa buttare. Avrebbe voluto conservare tutto.