Daniela Lia, figlia del vicebrigadiere ucciso nel 1979
Daniela Lia, figlia del vicebrigadiere ucciso nel 1979

Milano, 11 novembre 2019 - Quarant’anni sono durati un solo giorno. Il dolore è lo stesso, lancinante, che è tornato a sconvolgere Daniela Lia. Aveva sei anni quando suo padre Pietro, appuntato dei carabinieri di Melzo, oggi vicebrigadiere all’onore, venne trucidato da Antonio Cianci a un posto di blocco sulla Rivoltana. Con lui restarono a terra il maresciallo Michele Campagnuolo e il militare di leva neppure ventenne Federico Tempini. Un eccidio, una strage ricordata solo una settimana fa dall’Arma con una cerimonia. Al funerale partecipò anche il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ma il delitto sembra scritto nel destino del loro killer, che già a 15 anni aveva assassinato un metronotte. Uscito in permesso dal carcere di Bollate, sabato alle 18 nel seminterrato dell’ospedale San Raffaele, ha aggredito con un fendente di un taglierino un uomo di 79 anni. Gli squarcia la gola e solo la vicinanza dei medici gli salverà la vita. L’aggressore viene arrestato alla fermata dell’autobus.

Daniela, quell’uomo ha provato ancora a uccidere…
«Ho sentito lo stesso identico strazio di quarant’anni fa, non ho dormito. Sono sconvolta. Ho rivissuto il dramma che in tutto questo tempo ha distrutto la mia famiglia. Mi sono sentita umiliata dal fatto che un essere ignobile come quello, che ha già ucciso quattro persone, abbia ottenuto un permesso premio. Che razza di legge è quella che consente a un ergastolano efferato di girare libero? Ha colpito alla gola: voleva di nuovo togliere la vita. Quanti casi servono per capire che non c’è speranza per un malvagio?».
Quando suo padre morì lei aveva solo sei anni. Capì cosa era accaduto?
«Perfettamente. Anche se mia madre non disse né a me, né a mio fratello di 13 anni cosa era successo. Ci raccontò che papà era in ospedale, ma mi bastò poco per comprendere. Era il mio eroe, mi accompagnava in Vespa a scuola. Lo ammiravo, lo amavo. Come tutte le figlie di quell’età avevo per mio padre una venerazione assoluta. La sua mancanza è stata per me una condanna all’ergastolo: per noi vale il fine pena mai, non per Cianci, che uccise mio padre e i suoi colleghi mentre era in libertà vigilata per un altro omicidio. Uno scandalo per uno Stato che si dice civile».
Di suo padre ha un ricordo lucido?
«Assolutamente. Vivevo aggrappata al suo collo. Staccarmi da lui è stato impossibile. Ancora oggi abito nello stesso palazzo di allora, quello in cui io mia madre e mio fratello ci affacciavamo per salutarlo mentre era in caserma, proprio qui di fronte. Da allora giro con la sua fotografia in tasca».
Com’era suo padre?
«Allegro, simpatico, colto. Amava la musica e soprattutto la sua famiglia. Il nostro è un dolore immenso, che non si cancella. Sono sconvolta, arrabbiata e disgustata. Non avrei mai più voluto sentire parlare di Cianci».
La sua famiglia in questi anni come ha vissuto?
«Il lutto è stato devastante. Mia madre ci è morta. Aveva 37 anni quando si ritrovò da sola con noi. Ha avuto un ictus, io l’ho accudita per dieci anni finché nel 2016 se n’è andata. Per mio fratello, allora adolescente, la perdita di papà è stato uno choc terribile dal quale non si è ripreso».
Avete anche subito un furto?
«Sì, tre anni fa. I ladri hanno rubato tutti i ricordi di mio padre. Medaglie, croci, la sua sciabola. Hanno portato via l’orologio che aveva al polso quel maledetto 9 ottobre 1979. Si ruppe quando quell’assassino gli sparò: segnava ancora la stessa ora ed era sporco del suo sangue. Per mia madre era una reliquia, lo conservava intatto. Ho lanciato un appello ai ladri: fatemi avere, anche in forma anonima, le sue medaglie. Per loro non hanno alcun significato, per noi sono la vita».